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Forgione: "Spalletti, un perdente diventato genio"

Angelo Forgione, giornalista e scrittore, ha pubblicato un editoriale sull'attuale commissario tecnico della nazionale italiana Luciano Spalletti.


Francesco MannoFrancesco MannoGiornalista

10/05/2024 07:56 - Interviste
Forgione: Spalletti, un perdente diventato genio

Luciano Spalletti, grazie allo scudetto conquistato a Napoli, resterà nella storia del club azzurro. L'editoriale di Angelo Forgione sull'attuale ct della Nazionale: "Dopo due anni sabbatici, trascorsi a coltivare il suo fazzoletto di terra toscana, scese a Napoli per rispondere alla richiesta di De Laurentiis di riportare il Napoli in Champions. Era nelle sue corde, quantunque fosse assai difficile togliersi di dosso le fastidiose etichette che l'Italia intera gli aveva appiccicato addosso per i suoi trascorsi all'Inter e alla Roma: quella dell'allenatore che non sapeva vincere; quella dell'allenatore che non sapeva gestire lo spogliatoio; quella dell'allenatore che maltrattava gli idoli dei tifosi e non sapeva farsi amare. Era pur sempre considerato l'aguzzino di Totti e di Icardi".

"Luciano Spalletti sentiva di poter centrare l'obiettivo anche a Napoli. In passato aveva portato l’Udinese in Champions League per la prima e ultima volta. Anche la Roma aveva portato in Champions, e le aveva fatto vincere tre trofei, gli ultimi prima della Conference League di 18 anni dopo. Aveva riportato anche l’Inter in Champions League, dalla quale era mancata da 8 anni. Sapeva di poter accontentare anche De Laurentiis. E vi riuscì".


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"Dopo il primo anno all'ombra del Vesuvio, però, nonostante la qualificazione in Champions, fu incolpato dalla piazza di essere il responsabile della perdita di uno scudetto possibile per i suicidi a Empoli e in casa contro la Fiorentina. De Laurentiis, che non ne riconosceva il pieno valore, fu prossimo alla decisione di esonerarlo, ma poi non la prese, e cominciò una forzata convivenza tra due persone dal carattere difficile. Alla delusione si aggiunse pure l'addio di Mertens, spesso sacrificato da Spalletti, contestato apertamente con uno striscione molto duro esposto all’esterno dello stadio di Fuorigrotta con cui, con metodi assai spicci, fu invitato ad andarsene".

"Andò a finire come nessuno se lo sarebbe aspettato. Al secondo anno vinse uno storico scudetto compiendo un'impresa, zittendo ogni contestazione e acquisendo una considerazione di cui, fin lì, non aveva mai goduto. Solo complimenti e applausi. Qualcuno lo definì "genio". Vincere a Napoli, vuoi mettere? È gloria imperitura".

"Toltesi finalmente tutte le etichette di dosso, pensò bene di lasciare Parthenope non per troppo amore, che pure era sbocciato, ma per congelare il trionfo che gli aveva cambiato la reputazione e con cui era finalmente diventato un altro Spalletti: il vincente, il miglior allenatore d'Italia, l'aggiornatissimo stratega del calcio moderno, il perfetto gestore dello spogliatoio, l'idolo dei tifosi (napoletani), l'unico capace di risollevare la Nazionale. Non prima di essersi tatuato sul braccio il simbolo della svolta della sua carriera, quella che lo elevava a rango di venerato maestro".

"Lo scaltro Luciano lasciò il Napoli campione perché non andava d'accordo con De Laurentiis, certo, ma lo avrebbe fatto anche se fossero state rose e fiori, perché era necessario conservare la sua nuova reputazione, dopo averla inseguita per anni, e non rischiare di comprometterla con il fortissimo rischio di non poter ripetere l'impresa con cui se l'era assicurata".

"E oggi, da uomo simbolo del calcio italiano, mentre il Napoli orfano di Spalletti ne cerca cerca uno nuovo, lui imperversa negli spot di diversi marchi legati alla FIGC e non. Quanto sembrano lontani i tempi in cui l'Italia che ora ha ai suoi piedi diceva che non era un vincente", ha concluso Angelo Forgione.


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Francesco MannoFrancesco Manno
Giornalista pubblicista dal 2006, è laureato in scienze della comunicazione. Ha vinto l'Oscar Campano per la sua professionalità. Ha inoltre condotto e diretto diversi programmi radio e TV.

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