Ferlaino: "Il Napoli pedinava Maradona! Per amore del Napoli lo rifarei. Su totonero e camorra..."

Corrado Ferlaino, ex presidente del Napoli, in una sua intervista al quotidiano Il Mattino, ha parlato di Diego Armando Maradona.
L'ex presidente del Napoli, Corrado Ferlaino, ha riasciato alcune dichiarazioni nel corso di una intervista al quotidiano Il Mattino: "Il Napoli pedinava Maradona. I calciatori erano 'spiati' dai miei dirigenti, non da estranei. Ricordo che ai tempi di Diego c’era il caro Dino Celentano al quale avevo chiesto di tenere d’occhio i giocatori più vispi, in particolare quelli che non erano sposati. Oltre a Maradona, naturalmente. Si sa che Napoli è una città tentacolare, soprattutto per gli sportivi di un certo livello. E si sa anche quali sono i punti di ritrovo più frequentati in città: night, ristoranti, club, discoteche, più o meno il giro è quello, non viviamo in una metropoli con cinque milioni di abitanti".
Ferlaino ha poi aggiunto: "Venivo a conoscenza delle abitudini di Maradona, in particolari i giorni e gli orari in cui usciva. Va detto, e questo lo sapete tutti, che durante tutta la sua permanenza a Napoli, Diego poteva allontanarsi da casa soltanto di notte. Noi non facevamo alcuna invasione nella vita privata dei calciatori, non li obbligavamo a restare in casa, né tantomeno imponevamo loro locali da frequentare al posto di altri. Maradona era il più grande calciatore del mondo, rappresentava un patrimonio inestimabile per il Napoli. In qualche maniera, dovevo pur difendere e tutelare questo patrimonio. Credetemi, non era assolutamente facile gestire Diego e i suoi compagni, che erano diventati gli eroi della città dopo la conquista del primo scudetto. Lo sa, no, come vanno queste cose? Fin quando vinci, la gente è complice, poi all’improvviso tutto si capovolge e allora sì che iniziano i veri problemi. Ancora adesso non conosco la ragione per la quale abbiamo perso lo scudetto del 1988. Si parlò di totonero e di camorra, in quindici giorni ci ritrovammo dal vincere il secondo tricolore a tutto quel caos. È vero, le voci si erano fatte insistenti, in poche settimane ci crollò il mondo addosso. Non potevo imporre alcuna decisione forzata ai giocatori. I miei interlocutori erano le istituzioni, calcistiche e non. In quegli anni le scommesse non erano state legalizzate, capitava che a volte venissero registrati flussi di giocate anomale su partite che in teoria erano facili da vincere. Oppure il tam-tam di voci era così frequente da far immaginare che sotto ci fosse puzza di bruciato. Era in questi casi che il sottoscritto interveniva in maniera decisa e diretta. Quando avevo paura di una gara, entravo nello spogliatoio e promettevo al capitano premio doppio a tutta la squadra. Anzi, per far capire quanto tenessi a quella vittoria e a quel match, il premio doppio dopo qualche minuto diventava triplo. Allora il presidente della Federcalcio era Carraro, io mi feci eleggere consigliere federale per entrare nel Palazzo e garantire al Napoli un peso politico che fino ad allora non aveva mai avuto. Feci aprire gli occhi a Carraro sul fenomeno delle scommesse. Forse pochi di voi lo ricordano ma la prima norma emanata dalla Figc contro il cosiddetto totonero, prese spunto proprio da una mia denuncia. Pentito o rifarebbe pedinare ancora Diego? Per amore del Napoli ho fatto qualsiasi cosa. Penso che lo rifarei".







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