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"Ero il Maradona della carceri. Volevo rapire Zola, andò così". Il retroscena


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Pubblicato nella sezione Interviste
Ero il Maradona della carceri. Volevo rapire Zola, andò così. Il retroscena

In un'intervista a La Gazzetta dello Sport, Fabrizio Maiello ha raccontato un aneddoto sul mancato rapimento di Gianfranco Zola.


Gianfranco Zola è stato uno dei calciatori italiani più forti degli anni novanta. Il passato dell'ex trequartista sardo è legato a squadre come Napoli, Parma e Chelsea. A proposito del suo periodo trascorso nella squadra emiliana, c'è un aneddoto davvero particolare. 

Maiello e la volontà di rapire Zola

Lo ha raccontato l'ex calciatore e bandito Fabrizio Maiello ai microfoni de La Gazzetta dello Sport: "Era il 1994. Io ero rinchiuso nell’ospedale psichiatrico giudiziario di Montelupo Fiorentino. Non avevo nessuno, mia moglie stava morendo. Decido di fuggire e divento latitante: 'Vogliamo rapire Zola, così chiederemo un riscatto a Tanzi', mi dicono. Accetto. Ci infiliamo in due auto, il piano era di seguirlo in autostrada per poi speronarlo una volta usciti. Ma lì succede un imprevisto…".


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"Gianfranco si ferma al distributore. Addirittura esce e si trattiene a parlare con il benzinaio. Non avevamo tempo, eravamo quattro latitanti su due macchine rubate e con le pistole addosso. Allora scendiamo, facciamo finta di niente, ci guardiamo intorno. Lui ci nota, ci viene incontro: 'Ciao ragazzi, avete bisogno di qualcosa?'. Quel sorriso è stata una luce che si è accesa dentro di me. Ricordo ancora i suoi occhi, buoni, puri. Brillavano. Rappresentava il mio sogno nel pallone: era quello che io non ero riuscito a diventare. Lì ho deciso di non fare nulla, anzi mi sono fatto firmare un autografo sulla carta d’identità. La moglie Franca sì, si è spaventata. Lui inizialmente no, poi quando ha visto il tatuaggio che ho sulla mano, con i cinque punti della malavita, è salito velocemente in macchina ed è partito" ha aggiunto l'ex malavitoso.

Poi sul soprannome "Maradona delle carceri": Sì, perché ero bravo. Il calcio mi aveva sedotto e abbandonato. Io volevo giocare, ero arrivato fino alla Primavera del Monza, ma dopo un infortunio fui costretto a smettere. Lo trovavo ingiusto, ce l’avevo col mondo. Così ho iniziato a frequentare cattive compagnie. Non avevo niente da perdere. Ero rispettato, perché in galera funziona così: se hai studiato non importa a nessuno, ma se sei bravo col pallone, allora vuol dire che hai la 'cazzimma' giusta per il mondo criminale. È stata la mia fortuna, ma anche la mia sfortuna. Da un lato mi chiamavano il 'Maradona delle carceri' e non mi toccavano. Dall’altro mi dicevano: 'Basta rapine, vieni con noi'. E una volta uscito, ho fatto sempre peggio. Minacce, estorsioni, guerre fra clan".


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Giuseppe Biscotti
Laureato in economia aziendale, è giornalista pubblicista dal 2021. Nato e cresciuto a Caserta, collabora dal 2017 con testate online. Segue il calcio con esperienze da inviato negli stadi di Serie A.
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