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"Ecco perché gli arbitri non parlano", Tagliavento indica i "colpevoli". Paolo, ma come si permette?


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Pubblicato nella sezione Interviste
Ecco perché gli arbitri non parlano, Tagliavento indica i colpevoli. Paolo, ma come si permette?

Fanno discutere le dichiarazioni dell'ex arbitro Paolo Tagliavento ai microfoni di Radio Punto Nuovo nel corso di Punto Nuovo Sport Show.


Paolo Tagliavento, ex arbitro, nel corso del suo intervento ai microfoni di Radio Punto Nuovo, ha rilasciato alcune dichiarazioni. Ecco quanto si legge nel comunicato diffuso dall'emittente radiofonica: "Nel calcio sbagliano i presidenti, i dirigenti, gli allenatori, i portieri, gli attaccanti, perché un arbitro non può? Una cosa che andrebbe fatta è, qualche volta, dare la possibilità all'arbitro di spiegare un suo errore. Chi è talmente tifoso ed ha i paraocchi, magari non lo accetta, ma io arbitro potrei descrivere situazione per situazione ogni decisione". Poi l'affondo contro i giornalisti: "Il problema è che non si è mai fatto perché in genere i giornalisti non sono una categoria che vogliono sapere la verità, ma a volte, nel calcio in particolare, cercano di fare polemica. La ricerca della verità si può ottenere, ma se viene strumentalizzata si mette in difficoltà la categoria arbitri".


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Assurdo che l'arbitro del famoso gol di Muntari in Milan-Juventus (lui ha sempre detto di aver visto il pallone dentro, "colpa dell'assistente", chissà cosa avrà visto quest'ultimo e chissà perché Tagliavento si è fidato più dell'assistente) offenda in questo modo la categoria dei giornalisti per trovare una giustificazione al silenzio dei fischietti dopo errori plateali. Troppo facile scaricare le responsabilità su chi racconta il calcio. La vuota generalizzazione di Tagliavento è peggio della banalità che dice a proposito degli errori: "Sbagliano i presidenti, i dirigenti, gli allenatori, i portieri, gli attaccanti, perché un arbitro non può?". Non è vero che l'arbitro non può sbagliare, questo è bieco populismo piuttosto dozzinale. Il punto è che il calcio è ormai business, è un'azienda per 300 mila lavoratori. L'arbitro deve fare di tutto per evitare di sbagliare perché dalle sue decisioni possono dipendere le sorti dei club (uno scudetto, una qualificazione in Champions, una retrocessione...). All'arbitro si chiede freddezza, equidistanza. E quando sbaglia può e deve spiegare il suo errore, magari il giorno dopo con una diretta video ufficiale e senza giornalisti. Altrimenti è lui stesso ad alimentare le polemiche, non certo i giornalisti. Il modo si trova sempre, ma forse è più facile indicare un colpevole. E poi oggi c'è la tecnologia che dà una grande mano ai fischietti. Piuttosto, Tagliavento ci spieghi perché tanti arbitri stanno facendo pasticci enormi nonostante il supporto del VAR (quante volte i direttori di gara si sono fidati - sbagliando - più di loro stessi che della tecnologia?). Il calcio si evolve, dovrebbero evolversi anche gli arbitri, con la consapevolezza che loro possono sbagliare, certo, ma meno di presidenti, calciatori, dirigenti... Perché un arbitro non è il protagonista del calcio, ma un presidio di giustizia, di controllo, di rispetto dei regolamenti. E un arbitro che, oggi, non è preparato a questo, deve rinunciare all'idea di arbitrare. 


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Luca Cirillo


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Luca Cirillo
Giornalista dal 2010, ha lavorato per Il Roma. Da vicedirettore ed inviato di giornali online, ha seguito il Napoli in giro per l'Europa. È autore e conduttore di programmi su Radio Amore e collabora con alcune riviste.
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