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Dello Iacovo: "Koulibaly segnò alla Juventus, ero a Londra. La mattina mi arrivò una lettera..."


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Pubblicato nella sezione Interviste
Dello Iacovo: Koulibaly segnò alla Juventus, ero a Londra. La mattina mi arrivò una lettera...

Rosario Dello Iacovo, giornalista e scrittore, ha ricordato il 22 aprile di 4 anni fa quando Kalidou Koulibaly prese l'ascensore, segnò e fece volare il Napoli.


Rosario Dello Iacovo, giornalista e scrittore, sulla pagina di facebook "Il Napulegno", racconta il suo 22 aprile 2018, quello in cui Koulibaly segnò alla Juventus e regalò ad una città intera la sensazione di poter agguantare davvero lo scudetto, e le differenze con il campionato in corso. "A differenza della stragrande maggioranza dei tifosi - scrive Dello Iacovo - io non sono particolarmente deluso o amareggiato. Innanzitutto, finché la matematica non emetterà il suo verdetto, considererò la partita aperta. Dopo di che, coerentemente con quello che scrivo dal 2012, penso che con questa gestione uno scudetto può arrivare solo per caso. Se quest'anno, contro ogni pronostico e in contrasto con il calcolo delle probabilità, dovessimo essere davanti a tutti la sera del 22 maggio, sarebbe un esempio perfetto. Per caso, ma mica me lo godrei di meno". 


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Poi ha aggiunto: "L'obiettivo societario è però quel piazzamento Champions fallito nelle ultime due stagioni, del quale abbiamo visto le conseguenze con i 50 milioni di passivo dell'ultimo bilancio e un mercato conseguentemente ristretto all'osso. Eppure la squadra parte a razzo, frena di colpo, accelera di nuovo per poi schiantarsi con Fiorentina e Roma. Eppure è ancora lì, quasi per caso, in un campionato senza padroni in cui il Milan capolista ha ben 8 punti in meno dell'Inter dell'anno scorso e anche l'Inter accuserebbe un ritardo di 7 lunghezze su se stessa di un anno fa, pur assegnandole ipoteticamente i tre punti del recupero col Bologna". 


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"La delusione fu invece feroce nel 2017/18, soprattutto dopo aver sbancato Torino, e io mi ricordo che era proprio oggi, il 22 aprile, la sera in cui uscii sul balcone urlando in splendida solitudine la mia gioia incontenibile a tutto il sud-ovest di Londra. La mattina dopo - racconta - mi ritrovai una lettera dell'amministrazione del palazzo appiccicata sulla porta, in cui mi diffidavano dall'infrangere la regola del silenzio che scatta dopo le dieci di sera, "anche quando stai guardando il football" si precisava. Sti ca**i, la appallottolai e uscii di casa, fischiettando col sorriso che non sfoderavo dai tempi di Maradona. Ero l'unico non inglese dello stabile, una cosa abbastanza inusuale a Londra".

"Il Napoli di Sarri era comunque più forte negli uomini, rispetto a questo, c'è poco da discutere, ma trovò nell'organizzazione di gioco progressivamente crescente del triennio un moltiplicatore di quella forza, con una dinamica impetuosa dal girone di ritorno del secondo anno. Lo scudetto, non lo perdemmo in albergo, non nel senso in cui è comunemente inteso. Lo perdemmo per i favoritismi del palazzo - continua - ma anche perché la squadra arrivò con la lingua di fuori in primavera, "perché si chiama mercato di riparazione e se siamo primi non c'è niente da riparare" chiosò un raggiante De Laurentiis che aveva già raggiunto il suo eterno obiettivo. Poi lo perdemmo pure perché a Firenze la giocammo quasi tutta in dieci, anche se nessuno sembra ricordarselo. Quindi, sarà che sono felice perché abbiamo vinto la battaglia contro il regolamento d'uso e siamo tornati sugli spalti, cosa che per me conta più di quello che succede in campo; sarà che sono tornato a Napoli dopo sei anni e posso marcare di nuovo regolarmente il cartellino al San Paolo/Maradona; sarà che da Verona in avanti ho ripreso a fare la stessa cosa in trasferta e ho in tasca il biglietto per Empoli; sarà la consapevolezza che il Napoli questo vale; non sono particolarmente deluso o amareggiato e ve lo scrivo con una frase lunga un intero periodo alla William Faulkner. Che dio lo abbia in gloria".

Infine ha concluso: "Il Napoli vale questo, ma è tutto ciò che abbiamo e considerato che per me gli spalti e il sostegno valgono più di qualsiasi altra cosa, va bene così. Però nessuno può accusarmi di non averlo detto, visto che nel lontano 2012 avevo già capito tutto e pubblicavo articoli dal titolo: "La macchina del fango, la fabbrica del mercenario e il Minculpop del regime Aureliano". Ma in fondo non me ne fregava un ca**o neanche allora, io vincevo ogni partita solo mettendo il piede sugli spalti. E pur rispettando l'allenatore del momento, come ho fatto con Gattuso e faccio con Spalletti, non potrò mai più volere bene a uno di loro come voglio bene a Maurizio Sarri, che non lo sa, ma quando facevo security a Stamford Bridge ero sempre dietro di lui a dire ai miei colleghi: date un occhio al mister".  


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Luca Cirillo
Giornalista dal 2010, ha lavorato per Il Roma. Da vicedirettore ed inviato di giornali online, ha seguito il Napoli in giro per l'Europa. È autore e conduttore di programmi su Radio Amore e collabora con alcune riviste.
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