Dello Iacovo: "ADL sta scientificamente allontanando le famiglie dal Napoli, è un attacco a..."

L'analisi sulla querelle Comune Ssc Napoli: "Attaccare il comune e le curve svela perciò una vecchia strategia, quella di uno stadio con meno spettatori e...".
Rosario Dello Iacovo, giornalista, ha analizzato il "caso San Paolo" e i rincari dei costi dei biglietti per le partite del Napoli. Ecco quanto si legge sulla pagina Il Napulegno: "Il Napoli non paga lo stadio dal 2015. In assenza di convenzione, il club è tenuto ad affittare il San Paolo per ogni singola partita, in cambio del 10% netto dell'incasso. Ma stando alle informazioni che abbiamo raccolto, la Ssc Napoli non presenta neanche la richiesta formale di utilizzo, né paga quanto dovuto. Nemmeno la bufera scoppiata a inizio stagione ha smosso Aurelio De Laurentiis, che per la gara contro il Milan ha usato come di consueto lo stadio, ma si è guardato bene dal corrispondere la percentuale al comune.
Ma c'è di più: a palazzo San Giacomo non ricevono da tempo informazioni ufficiali sull'incasso delle singole partite, quindi i napoletani (che sono di fatto i titolari della struttura pubblica) non sanno a quanto ammonta l'importo preciso che la Ssc Napoli deve corrispondere alla città. In municipio si stanno chiedendo perciò che fare, con la certezza che il trattamento fin troppo morbido tenuto finora dall'amministrazione va messo alle spalle.
Va detto che la Ssc Napoli ha anticipato le spese necessarie per alcuni lavori, tra cui quello più rilevante sono stati i tornelli. Ma basta armarsi di calcolatrice e un po' di pazienza per rendersi conto che è comunque il club a essere in difetto e in un'indubbia posizione debitoria.
All'interno della giunta comunale fra le posizioni più nette si distinguono quelle del consigliere Pietro Rinaldi, che fra le altre cose ha dichiarato ieri a Calcio Napoli 24 Live: «Se non paga, lo stadio non si può aprire. De Laurentiis sta mettendo a rischio la possibilità di far giocare il Napoli al San Paolo.»
In realtà, non c'è una concreta possibilità che il Napoli debba giocare lontano da Fuorigrotta, perché un'eventuale serrata del comune costringerebbe con ogni probabilità il prefetto a riaprire la struttura per motivi di ordine pubblico. Ma certo è che si è creata una situazione anomala che non ha eguali nel panorama calcistico italiano, e non contribuisce in alcun modo a rasserenare l'ambiente.
Una cosa comunque è sicura: il San Paolo è una struttura pubblica, non incassando la percentuale dovuta il comune di Napoli non solo perde risorse importanti per la città, ma commette anche un illecito sanzionabile dalla Corte dei conti. È perciò realistico ipotizzare che nel giro di qualche settimana partirà un'ingiunzione di pagamento nei confronti della Ssc Napoli.
Ma il vero motivo del contrasto, più che essere legato ai proventi non corrisposti, che in qualche modo De Laurentiis sarà costretto a pagare, è da ricercare nel mancato accordo di fine 2015, quando la proposta del club sulla gestione del San Paolo fu rigettata dal sindaco. Quella ipotesi era in realtà poca cosa, prevedeva 14 milioni di lavori in cambio della gestione gratuita per 99 anni. Perciò la foto che faceva parte del rendering presentato dal club, e che accompagna questo post, non è certo quella di uno stadio che poteva essere ricavato realisticamente dall'attuale struttura con un investimento così ridotto.
L'idea di De Laurentiis era semplice: assicurarsi quasi gratuitamente lo stadio per un secolo, senza corrispondere quindi nessun canone al comune. Un'ipotesi che se pure fosse stata accettata da palazzo San Giacomo avrebbe trovato senza alcun dubbio l'opposizione netta della Corte dei conti. Quattordici milioni per 99 anni vogliono dire alle cifre attuali 141.414 euro all'anno. Dividendo la cifra per una media di venticinque partite casalinghe, il Napoli avrebbe pagato il San Paolo 5.656 euro a gara. Praticamente la metà o un terzo di quanto costa affittare una discoteca di grandi dimensioni.
Ma non solo: il progetto prevedeva la riduzione della capienza da 60.240 a 41mila posti, con un drastico taglio delle curve, che avrebbero occupato solo la parte centrale dei settori collocati dietro le porte. Alla luce di queste semplici considerazioni numeriche, la mancata campagna abbonamenti e i 35 euro per le prime due partite casalinghe sembrano andare proprio nella stessa direzione: ridurre le presenze e favorire una migrazione dalle curve ad altri settori.
Non a caso, per un padre con figlio under 14 al seguito due biglietti di curva costerebbero 70 euro, ma 72,50 in Tribuna Nisida, l'unico settore in cui è previsto un ticket ridotto che è invece la norma in tutta Europa. Per un genitore con un under 12 al seguito la spesa complessiva sarebbe invece di 20 euro per la pessima Tribuna Family, con la visuale penalizzata dalla posizione. Per un singolo spettatore, spostarsi dalla curva ai Distinti, con una visuale decisamente migliore, comporterebbe una differenza di soli dieci euro, da 35 a 45.
Attaccare il comune e le curve simultaneamente svela perciò una vecchia strategia, quella di uno stadio con meno spettatori, un pubblico più pacificato e acritico, minor peso dei settori popolari, e tutti gli altri in tv ad accontentarsi di quello stadio virtuale che De Laurentiis dichiarò come centrale nella sua idea di calcio sin da primissimi giorni della sua presidenza.
Badate bene, non i "duecento facinorosi" che ha indicato come destinatari delle sue offese delle scorse settimane, ma proprio il popolo delle curve. Quelle famiglie a basso reddito che retoricamente si dice di volere negli stadi, ma che ADL sta scientificamente allontanando. È una questione che perciò va oltre gli ultras, che decideranno come sempre in autonomia quali comportamenti adottare e di cui non ambiamo in alcun modo a farci portavoce, fedeli al motto antico che di curva si parla in curva. Questo è un attacco al diritto delle classi popolari di vivere la propria passione.
Io so bene come funziona, l'ho già visto in Inghilterra. Hanno vinto loro".







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