Cravero: "Il falso mito su Gascoigne, Maradona, Zeman, il mio Torino e il Napoli di Sarri..."

"Un colpo di fortuna mi ha permesso di incontrare Roberto Cravero, spesso presente al San Paolo per commentare le partite a Mediaset Premium".
"Un colpo di fortuna mi ha permesso di incontrare Roberto Cravero, spesso presente al San Paolo per commentare le partite a Mediaset Premium. Nel tempo libero Roberto impugna la racchetta, da tennis e soprattutto da padel. Michele di Torino – mio amico fraterno - è il suo compagno di doppio preferito". Parole del collega Giuseppe Libertino che ha poi pubblicato la bella intervista che vi proponiamo.
Roberto è un piemontese dal carattere riservato, ma se c’è da parlare di calcio non si tira indietro. La passione per il pallone, specialmente in chi ha giocato ad alti livelli, è un fuoco inestinguibile.
Roby, sei di casa ormai a Napoli bentornato e grazie per il tempo prezioso che mi hai dedicato.
"E la cosa mi fa piacere. E grazie a te: non c’è di meglio che parlare di calcio. La città è splendida, non la scopro certo io, così come il calore della gente napoletana. Inoltre, grazie al Napoli di Sarri, mi capita di commentare quasi sempre belle partite".
Lo vedi da scudetto il Napoli?
Perché no? Lo dice la classifica, è l’unica che conta. Il Napoli è primo con la boa alle spalle ormai. La squadra di Sarri ha un tasso tecnico che non si discute, un gioco consolidato, delle individualità che per il campionato italiano sono una garanzia. Deve solo continuare così, senza mai perdere punti con le squadre più deboli, con la costanza dimostrata finora. Sono certo che il Napoli si giocherà il titolo fino all’ultima giornata.
Pur avendo un campionato interessante ci troviamo fuori dal mondiale. Anche qui ci togliamo il dente subito: Insigne l’avresti fatto giocare?
"Certamente. Al suo talento non avrei rinunciato. Anzi avrei giocato 4-3-3 per facilitare le cose a lui e ad altri giocatori, che praticano lo stesso modulo nei rispettivi club. Io per la verità ero convinto che nel ritorno a San Siro si potesse trovare un gol a prescindere dalle scelte di Ventura, ma così non è stato".
Mi racconti la tua storia con la maglia azzurra?
Un flirt di gioventù, ma degno di essere vissuto. Non ho presenze nella nazionale maggiore, essendo stato chiuso da Franco Baresi, che non solo era il miglior difensore al mondo, ma non prendeva mai nemmeno un raffreddore. Non ne saltava una! Considero però positive le esperienze con l’Olimpica a Seoul e soprattutto con l’Under 21 di Azeglio Vicini. Perdemmo l’europeo ai rigori contro la Spagna, e nella finale di ritorno a Valladolid fui anche sfortunato perché un tiro di Eloy mi sbattè addosso mettendo fuori causa Zenga. Ma era una squadra favolosa e piena di talenti, c’erano Vialli, Mancini, Donadoni, Giannini, De Napoli, Francini.
Finirono tutti in nazionale…
Dove fu promosso CT proprio Vicini. Inizialmente chiamò anche me, andai agli Europei ‘88 in Germania, ma poi decise che nella rosa della nazionale sarebbe bastato un solo libero di ruolo. In caso di emergenza sarebbe scalato dietro tutti lo zio Bergomi.
Già che ci siamo parliamo di allenatori. Tra quelli che hai avuto chi ricordi con più piacere?
"Sono grato a tutti i tecnici che mi hanno formato nelle giovanili del Torino, in particolare al maestro Sergio Vatta, che ho avuto il piacere di riabbracciare poco tempo fa all’inaugurazione del nuovo Filadelfia. Un ricordo affettuoso va anche a Marchioro, che mi ha lanciato con coraggio ai tempi del prestito al Cesena e a Gigi Radice, che a soli 23 anni mi ha consegnato la fascia di capitano del Toro, facendomi sentire un giocatore importante. Poi Mondonico, che è quello con cui mi sono espresso meglio. Lui era uno molto concreto, ma lasciava a me una certa libertà di interpretare il ruolo di libero. Giocando sempre con due marcatori fissi io potevo sganciarmi spesso, e partecipare alla prima costruzione della manovra. In pratica ero un regista difensivo.
Del resto avevi i piedi del centrocampista di qualità.
Con Radice giocai anche in mezzo. C’era ancora Zaccarelli, che a fine carriera faceva il libero. Pur di trovarmi un posto in squadra Gigi mi fece giocare a centrocampo. Ma io, per tipo di passo e di letture di gioco, mi sentivo un libero. E infatti cominciai ad affermarmi quando presi possesso di quel ruolo. Dal mio amico Zac ereditai, come detto, anche la fascia di capitano.
A proposito: a Bonucci quella fascia l’avresti data?
Difficile rispondere, ma un’idea ce l’ho, perché mi sono trovato nella stessa situazione quando Borsano mi vendette alla Lazio. Era l’estate 1992 e Cragnotti stava rifondando la squadra. Eravamo quasi tutti nuovi, come al Milan quest’anno. Io ero reduce dalla finale di Coppa Uefa giocata da capitano del Torino. L’allenatore era Zoff, che di me si fidava perché mi aveva avuto nella nazionale Olimpica. Mi propose la fascia di capitano. Io in principio non la presi. Feci notare che della squadra precedente erano rimasti Gregucci e Sclosa, e che la fascia spettava a loro. Io l’avrei presa solo in caso di loro assenza. Fu un gesto apprezzato, ma in realtà nella natura delle cose, perché il capitano lo elegge lo spogliatoio. Leader di un gruppo si diventa con i fatti e con l’esempio, non può essere una scelta che viene da fuori. Poi successe che Gregucci a novembre si infortunò e Claudio Sclosa, ex granata anche lui e tuttora uno dei miei migliori amici, dopo poche partite mi consegnò la fascia.
In quella Lazio c’era pure Paul Gascoigne.
E allora approfitto per sfatare un mito. Gazza era uno che si allenava molto bene, con la massima intensità. Lo ricordo come un serio professionista: mai lo vidi saltare un allenamento oppure arrivare in ritardo, o creare guai all’allenatore. Mai. Il suo problema era fuori dal campo, dove conduceva una vita davvero sregolata. Ho perso i contatti con lui, ma spero un giorno di venire a sapere che sta bene, che ha risolto i suoi problemi personali.
E di Zeman cosa pensi?
Penso bene. Sia della persona sia dell’allenatore.La sua preparazione era veramente massacrante, ma dava i suoi frutti.E la sua fase offensiva rimane straordinaria. Con Zeman, se lo segui, se fai nel modo giusto i tagli che lui ti chiede, ti trovi sempre 8 volte davanti al portiere contro chiunque.
Però dietro….
Della fase difensiva non si preoccupava. Lui gioca per fare un gol in più dell’avversario. La filosofia di Zeman è in linea con lo spirito del gioco del calcio. All’estero è apprezzata molto più che in Italia, dove siamo da sempre educati al “primo non prenderle”.
Purtroppo la nostra cultura sportiva, incoraggiata da alcuni risultati ottenuti ormai molti anni or sono, è questa…
Non va rinnegata completamente. Una buona organizzazione difensiva è importante. E quando sei più debole ti devi difendere, altrimenti passi per presuntuoso. Ogni squadra deve cercare il suo equilibrio, ma se ci fai caso in Champions le grandi come Real, Barça, Bayern, City e Psg sono tutte strutturate per fare i gol. La loro mentalità prevede che se prendono un gol non ne fanno un dramma, non si fanno condizionare, perché sanno di poter segnare a loro volta in qualsiasi momento.
Non abbiamo dimenticato nessuno?
Se ti riferisci al Chelsea o al Manchester United non li vedo arrivare fino in fondo alla Champions, anche se Mou sa come si fa.
In Europa chi ti piace?
Tra tutti il mio preferito è Guardiola, che in ogni partita del City fa vedere qualche soluzione nuova e mai banale, specialmente per quanto riguarda l’uscita di palla e la prima costruzione. Con lui anche i giocatori sono stimolati ad imparare sempre qualcosa, a mettersi in discussione. Come fa lui, del resto, che rischia in prima persona. Per me Pep è un genio.
E tra i giocatori? A palloni d’oro stanno 5 pari… prendi Messi o CR7?
Ancora un paio d’anni e vanno al tie-brek! Incredibile la loro tenuta ai massimi livelli. Di volta in volta si sono fatti preferire l’uno all’altro, ma alla fine prendo Messi. Mi diverte di più. Intendiamoci: se facciamo l’identikit del calciatore perfetto viene fuori Cristiano Ronaldo. Forza fisica, velocità, tecnica, destro, sinistro, colpo di testa, calci piazzati, leadership. Ha proprio tutto. Ma Messi è una cosa diversa, lui è baciato dagli dei per giocare a calcio. In questo aspetto è possibile un accostamento a Maradona. Che più di lui aveva ancora la forza caratteriale per trascinare i compagni, per rendere forte anche chi non lo era o lo era meno.
Tu Diego l’hai conosciuto bene: è lui il più grande di tutti?
Non è corretto fare paragoni tra campioni di epoche diverse, perché troppi aspetti del calcio sono cambiati, dalle regole alla preparazione fisica, ai palloni. Ciò premesso, Maradona è il più forte giocatore che abbia mai visto su un campo di calcio. Giocate come le sue non si erano mai viste prima. Quando la palla arrivava a lui succedeva sempre qualcosa, che lasciava a tutti un senso di sorpresa e di incredulità. Queste sensazioni non me le ha più regalate nessun altro. Esemplare era anche il suo atteggiamento in campo: prendeva calcioni senza lamentarsi, e non l’ho mai visto insofferente verso un compagno che aveva sbagliato la giocata. Il suo carisma era incredibile, qualunque eccesso gli era perdonato, era nato capo, per lui si sarebbero buttati tutti nel fuoco. L’ho affrontato 9 volte,7 in campionato e 2 in coppa Italia. Solo in quest’ultima circostanza vincemmo noi. Del resto negli anni di Diego era dura per tutti giocare contro il Napoli, non solo per il mio Toro.
Il tuo Toro, quello di Roberto Cravero: classe 1964, tutta la trafila nelle giovanili granata, poi 12 stagioni in prima squadra (7 delle quali da capitano) infine team manager e direttore sportivo. Un’autentica bandiera, rimasta alta a sventolare anche in caso di retrocessione in B. Qual è il ricordo granata al quale sei più legato?
La vittoria col Real Madrid? La finale di Amsterdam? Il gol nel derby?
Potrei dirti una di queste cose, che a livello professionale certamente mi hanno gratificato. Ma il mio ricordo è un altro: 18 aprile 1976, il Toro è primo in classifica e gioca in casa contro la Fiorentina. Pulici segna nel primo tempo, non sotto la Maratona, ma sotto l’altra curva. Esulta correndo verso la tribuna laterale. Prima di essere raggiunto dai compagni abbraccia un raccattapalle. Quel raccattapalle ero io.
Fantastico. E romantico, com’è nella natura del Toro.
Un’emozione forte, che mi è rimasta per sempre. Paolino Pulici era il mio idolo e da bambino sognavo di diventare un giocatore del Toro. Poi da professionista ai sogni subentrano le responsabilità. Quando sei pagato ti viene chiesto un rendimento, c’è un obiettivo da raggiungere e certo non conviene farsi trasportare dalle emozioni. Il giocatore in campo deve rimanere con la testa sempre lucida.
Proprio questo potrebbe essere in corsa il problema del Napoli verso lo scudetto: mantenere lucidità e autostima, tenendo a bada le pressioni e le aspettative che in città sono altissime.
Infatti. E sarei contento che riuscisse in questa impresa. L’ambiente lo merita. Sia la società sia l’allenatore hanno lavorato bene, senza spese folli, ma con scelte intelligenti e funzionali al gioco che avevano in mente.
Chiudiamo col mercato di gennaio, ormai alle porte. Che interventi faresti?
Minimi. Potrebbe arrivare Inglese che può essere prezioso per far rifiatare un titolare, quando la difficoltà dell’impegno lo consente. O potrebbe essere una pedina di scambio. E se possibile un terzino, purchè sia di qualità non inferiore a quelli che già ci sono. Il nome che circola, quello di Darmian, mi piace: è un giocatore pronto subito, ha gamba ed esperienza, e sa giocare su entrambe le fasce.
Su questo argomento - scusami Peppe - preferirei non andare oltre. Ho fatto in passato il direttore sportivo ed ho troppo rispetto per chi si occupa del mercato, con una facoltà di agire ed un budget a disposizione che possono essere differenti rispetto a quelli che il tifoso immagina.
In ogni caso lascerei lavorare tranquilla la dirigenza azzurra, che ha dimostrato di meritare fiducia. Vedrai che non andranno ad alterare equilibri che funzionano e che sono stati raggiunti con pazienza. Ed è giusto così. Il Napoli si trova ora all’apice di un progetto cominciato qualche anno fa. Ha seminato bene, credo sia il momento di raccogliere.
GIUSEPPE LIBERTINO






Bajraktarevic ai Mondiali, talento che può fare al caso del Napoli
Vergara non è in vendita. Possibile cambio ruolo
De Bruyne & Lukaku, perché tenerli con Allegri al Napoli
Napoli, i veri obiettivi di calciomercato (con o senza Allegri)
Chi è Matt Rizzetta che vuole comprare il Napoli
"1 agosto 1926", coro e testo
"Sono napoletano", coro e testo
Guarda tutti i video pubblicati su AreaNapoli.it

