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Corneliusson: "Napoli esperienza più incredibile della mia vita. Sosa scoppiò in lacrime"


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Pubblicato nella sezione Interviste
Corneliusson: Napoli esperienza più incredibile della mia vita. Sosa scoppiò in lacrime

L'ex centrocampista del Napoli si è raccontato in una lunga intervista alla rivista sportiva Badlet. Tanti retroscena e curiosi aneddoti.


Karl “Kalle” Corneliusson, ex centrocampista del Napoli, si è raccontato in una lunga intervista alla rivista sportiva Badlet. Un'intervista ricca di retroscena e aneddoti. Il ritiro a Paestum: "Andammo direttamente in ritiro. Il Napoli non aveva ancora pagato i suoi debiti con il Comune, quindi finimmo in un complesso alberghiero a Paestum. Abbiamo vissuto in esilio, un intero gruppo di giocatori che erano stati messi insieme in pochissimo tempo, 20-25 persone che non si erano mai incontrate prima. Ma ho avuto subito una sensazione molto positiva. C’era già Tommaso (Starace, il magazziniere a cui spesso Mertens dedica i gol), era la persona più bella del mondo, aveva la sua piccola moca per fare il caffè che probabilmente aveva 20-25 anni. Versava lo zucchero in un modo speciale, era un caffè terribilmente buono. E c’era Carmando. Le cose funzionarono sorprendentemente bene fin dall’inizio”.


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Il San Paolo: “Giocare al San Paolo è stato… magico. Come si dice in Italia, è una piazza fantastica. Ma mioddio, anche quando ero lì, lo stadio era incredibilmente logoro. Non ci avevano fatto nulla dalla Coppa del Mondo del 1990, avevano appena costruito un tetto e ridipinto un po ‘. Lo spogliatoio era al livello di una palestra scolastica. Con tutto il cemento grigio, sembrava di essere tornato negli anni ’50. Il San Paolo era come una pentola. Sembrava che la folla fosse a pochi metri dal campo anche se in realtà erano a 50 metri di distanza”.


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La maglia numero 10: “Il Napoli l’aveva ritirato il numero 10 ma in serie C non glielo permisero. Toccò spesso a me indossarla. Ecco… non è possibile confrontarsi con gli alieni. Avrei preferito non averla. Era troppo grande, per me. Per la maggior parte dei ragazzi della mia età, Maradona era dio. Ancora oggi quando parlo con qualcuno mi fanno due domande: la prima è se Dan Corneliusson (che in Italia giocò nel Como diventando famoso per un gol  che eliminò la Juventus dalla Coppa Italia 1985/86, ndr) è mio padre; la seconda è se davvero avessi giocato col numero di Maradona. Io avevo due magliette a partita, e ogni giocatore avversario voleva scambiare la maglia con me. Mai cambiata con nessuno. Oggi ne ho regalate alcune, ma ne ho ancora due o tre a casa”.

Napoli: "Sono stato in pochissimi altri posti al mondo in cui le persone sono così calde. I napoletani hanno un’identità culturale molto forte e chiara, hanno un loro tipo di umorismo e un dialetto che quasi salta, e diventa una lingua a sé stante. Ho sperimentato sia il modo in cui si guardano, sia il modo in cui gli italiani del nord guardano “i terroni”. Confina davvero col razzismo puro, sono visti come creature di livello inferiore e sporche. L’Italia è un vecchio paese fascista, in fondo“.

I ricordi e Maradona: "De Laurentiis ci portava alle sue anteprime cinematografiche. Una volta mi sono seduto a cena accanto a Danny DeVito, perché ero l’unico in grado di parlare inglese. Mio Dio, quanto era piccolo. Ma se mi chiedi di scegliere un solo momento da ricordare dell’anno a Napoli, è semplice: la partita d’addio di Ciro Ferrara. Ci accompagnano allo stadio, entriamo nello spogliatoio e ci troviamo i giocatori che Ferrara ha invitato. Per me è stato come entrare nel mio vecchio album Panini del 1986. C’era Michael Laudrup, c’era Michel Platini, c’era Careca… assurdo. La metà di tutti i miei idoli erano raccolti in quello spogliatoio. E poi arriva Maradona. Era davvero lì. Lo abbiamo incontrato con la squadra. C’era Roberto Sosa, un omone grande e grosso, che cominciò a piangere come un bambino: “Adesso posso morire! Ho mia moglie, i miei figli e ora questo, la mia vita è completa”.


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