Ancelotti: "Alla società posso consigliare solo un paio di nomi. Retroscena su Baggio"

Vi proponiamo alcuni passi tratti dal libro scritto da Ancelotti e pubblicato nel 2016, "Il leader calmo". Passaggi significativi ed interessanti.
Vi proponiamo alcuni passi tratti dal libro scritto da Ancelotti e pubblicato nel 2016, "Il leader calmo". Passaggi significativi che evidenziano il pensiero del neo tecnico azzurro.
La scelta dei calciatori
"Prendiamo, ad esempio, il caso di David Beckham, che è abbastanza intelligente da sapere che uno con il suo profilo potrebbe non trovarsi bene con un determinato allenatore. Così prima di venire in prestito al Milan mi contattò e mi chiese se lo volevo, e io gli risposi di sì. Solo in seguito discutemmo di come e quando avrebbe giocato. Poi probabilmente scese in campo più di quanto si fosse aspettato, ma ci fidavamo l’uno dell’altro, parlavamo parecchio, e non ci fu nessun problema. A ogni modo, il mio compito principale nella fase di reclutamento è dire: «Abbiamo bisogno di un giocatore di questo tipo per questa posizione, e di un giocatore di quest’altro tipo per quest’altra». Posso suggerire un paio di nomi, ma poi è la società, insieme al team degli osservatori, a stilare una lista dei candidati papabili. Ai vecchi tempi sarebbe toccato solo al primo allenatore e al presidente, ma adesso il calcio è un business vero e proprio e vengono prese in considerazione non solo le performance di un giocatore X sul campo, ma anche fattori come l’età, il valore in caso di futura cessione, il ritorno commerciale e via dicendo. E questo non è il mio lavoro. Io mi preoccupo di quello che succede sul campo. A volte, quando è possibile scegliere tra due candidati per la stessa posizione, ho voce in capitolo, voce che può diventare determinante. Al Real Madrid, ad esempio, quando si trattò di decidere tra Toni Kroos e un altro calciatore, dissi al direttore generale: «L’altro lo conosco, beve e non è molto professionale. Prendete Kroos». E arrivò Kroos".
L’errore con Baggio
"Quando ero al Parma ci fu la possibilità di acquistare Roberto Baggio. Allora io giocavo sempre con il 4-4-2, e decisi di non prenderlo perché lui voleva giocare dietro le punte, non in un 4-4-2. Fu un errore, adesso me ne rendo conto. Avrei potuto utilizzarlo come centrocampista offensivo, invece che in attacco. Ai tempi dissi no, mi rifiutai di cambiare la mia idea di calcio perché non ero abbastanza sicuro di me. Non avevo esperienza, mi preoccupai, anche se in fondo già sapevo che era uno sbaglio. Avrei dovuto lavorare con Baggio, trovare il modo di inserirlo nei miei schemi. Imparai la lezione e sfruttai appieno i vantaggi di una maggiore elasticità nei sistemi di gioco quando arrivai alla Juventus, dove fui costretto a cambiare la mia idea di calcio proprio per sistemare Zidane, a costruirgli un modulo intorno invece di infilarlo a forza nel mio amato 4-4-2. Iniziammo a giocare con tre difensori, quattro centrocampisti, Zidane e poi due attaccanti. (…) La soluzione non è mai sacrificare il talento disperdendolo, ma permettere a questo talento di sbocciare, che è sempre la cosa migliore per la squadra. Insomma, l’equilibrio non consiste nel perdere il talento per far adattare il giocatore alla squadra, ma strutturare la squadra in modo che possa accoglierlo".







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