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Alemao: "Il corridoio di Maradona, Antonio il genio, Baggio e il rammarico: il super Napoli oltre la monetina"

L'ex centrocampista brasiliano, una delle stelle del Napoli di Maradona, ha diretto gli allenamenti al Parco Carolina di Torre Annunziata. Poi ci ha concesso una splendida intervista.


Luca CirilloLuca CirilloGiornalista

16/06/2024 20:42 - Interviste
Alemao: Il corridoio di Maradona, Antonio il genio, Baggio e il rammarico: il super Napoli oltre la monetina

Ricardo Rogerio de Brito è Professore Emerito di "Direzione applicata": con la bussola nel DNA, è in grado di riconoscere sempre quella giusta per controllare da vicino le infinite traiettorie. In arte Alemao, sono celebri due lezioni in mondovisione: al San Paolo, Napoli-Juventus, Coppa UEFA 1988-89, quando individuò il risveglio azzurro nella dormita di Mauro e gli strappò il pallone dà consegnare a Carnevale per il gol del 2-0 che completò la rimonta dopo la gara di andata, e al Neckarstadion di Stoccarda dove si trasformò in bisettrice per spaccare in due i tedeschi con la complicità di Careca prima di calciare verso la porta. Il pallone, toccato dal portiere, sembrava destinato al fondo, ma cambiò strada sotto gli occhi del mediano brasiliano che era lì a due passi. Ed anche al Parco Carolina di Torre Annunziata, dove ieri ha diretto allenamenti per i ragazzi della Scuola Calcio Azzurri, mentre era in campo nella direzione giusta, ammaliato dalle idee di Stefano Cirillo e dal suo calcio negli spazi stretti, osservava con dolcezza le traiettorie della piccola figlia Annaluna, biondissima come il papà. Alemao, al Napoli dal 1988 al 1992 (ha vinto una Coppa UEFA, uno scudetto e una Supercoppa Italiana), ha rilasciato una lunga intervista ad AreaNapoli.it.

Lei è stato un calciatore straordinario: non le dà fastidio essere ricordato per la famosa monetina di Atalanta-Napoli?

“Sinceramente no, fa parte del calcio. La mia coscienza, rispetto a questo famoso episodio, è pulita. Chi ama il calcio tende a ricordare il bello, ma vanno bene pure i superficiali. Ognuno vive questo sport come crede. Del resto anche nel mio paese ricordano di me soprattutto il dribbling che ho subito da Maradona in Argentina-Brasile a Torino prima del gol di Caniggia che ci costò l’eliminazione a Italia 90 (ride, ndr). L’importante è essere ricordati”. 

Al di là dell’episodio in sé, i milanisti evidentemente non hanno ancora digerito che lo scudetto del 1989-90 lo abbia vinto il Napoli. E’ sufficiente leggere cosa pensano Sacchi e Van Basten, giusto per citarne un paio.

“Ecco, il punto è proprio questo. La monetina è un pretesto: a loro fa male lo scudetto che hanno perso e che noi abbiamo vinto. Il tricolore prese la direzione giusta (dice con fierezza, ndr). A me importa solo la verità, ed io quel giorno a Bergamo mi feci molto male, mi uscì il sangue dalla testa. I milanisti…”

… Fanno finta di dimenticare il clamoroso gol di Marronaro in Bologna-Milan (palla ben oltre la linea) non visto da arbitro e guardalinee: questo vuole dire?

“(Ride, ndr). No, no. Questo lo lascio dire a te e a voi giornalisti che avete memoria, altrimenti la polemica diventa infinita. Volevo dire che i milanisti dovrebbero essere più sportivi. I napoletani applaudirono il Milan al San Paolo in quel doloroso 2-3 che costò lo scudetto al Napoli nel 1988. Io non c’ero ancora, arrivai qualche mese dopo, ma tutti, Sacchi e milanisti compresi, parlarono del grande gesto della tifoseria partenopea. Purtroppo il problema è un altro…”.

Quale?

“Il razzismo, che è figlio di un preconcetto. A prescindere dai fatti che stiamo ricordando, quando c’è Napoli di mezzo l’approccio analitico da parte di “alcuni” non è mai sereno. Quando giocavamo negli stadi del nord, accadeva di tutto tra cori e accoglienza dei tifosi. Vedete oggi cosa è costretto a subire Vinicius jr. E’ un problema culturale. Perciò amo tanto Napoli e questo popolo: la vittoria qui ha un altro sapore, è molto più sentita che in qualsiasi altra squadra. E il razzismo verso i calciatori e gli avversari, non c’è”.

Quando passò all’Atalanta, nel 1992, qualcuno le chiese di raccontare cosa accadde davvero durante quell’Atalanta-Napoli?

“Qualcuno? Magari. Vi racconto un retroscena. Quando sono arrivato a Bergamo ho dovuto fare diverse riunioni con i capi ultras per spiegare nel dettaglio l'accaduto. Se Carmando mi disse di gettarmi a terra è perché ero molto più alto di lui e non riusciva a medicarmi. Semplice, evidente, eppure ricamano ancora sulle parole di Salvatore, il nostro massaggiatore. Ma quello che nessuno dice è che io volevo continuare a giocare nonostante il forte dolore”.

Moggi per lei versò 4.6 miliardi (per l’epoca una cifra importante) all’Atletico Madrid. Quale sarebbe il valore del suo cartellino nel calcio di oggi? 70, 80 milioni?  

“Due lire”.

Non sia troppo umile, lei era un grande campione…

“Non è questione di umiltà. Non ti so dire. Prendi Allan e Casemiro, calciatori spesso accostati al mio modo di giocare, sono diversi. Ogni epoca ha le sue caratteristiche, le sue tecnologie, i suoi palloni. Il punto è che il calcio di oggi è cambiato drasticamente. A tanti calciatori manca la passione per la città in cui giocano e per i tifosi. Io pensavo a correre, a sudare, a lottare per vincere. Il guadagno era importante, ma non era l’unica finalità. Oggi si pensa solo ai soldi”.

Suona ancora il pianoforte?

“Quante cosa sai (ride, ndr). Non suono più, ma allo scudetto del Napoli dello scorso anno dedicherei il capolavoro di Pino Daniele “Napul’è”.

Se dovesse scegliere un solo trofeo vinto con il Napoli, si terrebbe stretta la Coppa Uefa del 1989 o lo scudetto del 1990?

“Questa è cattiveria dai (sorride, ndr). Non scelgo, sono un corpo unico perché arrivati uno dietro l’altro. Sono state le mie prime vittorie in carriera. Rispondo così: se la Coppa ci permise di dimostrare il nostro valore sul piano internazionale - e prima la UEFA era simile ad una Champions di oggi in leggero tono minore - con il tricolore dimostrammo di poter battere il Milan dell’epoca, considerato una delle squadre più forti di sempre”.

Cosa le viene in mente sulla finale di Stoccarda in cui segna il gol del vantaggio?

“Ricordo che mi feci male poco prima del gol, ma soprattutto ricordo il meraviglioso popolo napoletano quando siamo entrati in campo: sembrava di giocare in casa, era un muro azzurro. Ci diede una carica mostruosa. La gioia che provammo nel vedere i nostri tifosi in lacrime per il trionfo, è indescrivibile. I napoletani emigrati in Germania ebbero una grande soddisfazione quella notte. E ovviamente non solo loro”.

Faccio un passo indietro: prima parlava di squadre più forti di sempre. Il suo Napoli, quello in cui ha giocato Maradona e campioni come Careca, Crippa, De Napoli, Carnevale e tanti altri, non è sottovalutato?

“Mi sembra di aver già parlato di razzismo e preconcetti qualche istante fa (fa cenno di non voler dire altro, ndr). Aggiungo solo che questo modo di fare è ovunque”.

L’azione più bella della sua avventura a Napoli è il pallone rubato a Mauro in Coppa Uefa durante la sfida contro la Juventus al San Paolo o il gol allo Stoccarda in finale di cui ha appena detto?

“Sono momenti importanti e decisivi per la vittoria della Coppa UEFA, però ti sorprenderò: resto legato al passaggio che mi fece Diego in Bologna-Napoli 2-4 nel giorno in cui capimmo che il secondo scudetto era ormai nostro. Maradona inventò una giocata senza senso: vide un corridoio che solo lui poteva vedere. Un genio, un vero artista. Diego portava anche te a immaginare l’oltre. Solo che tu, a differenza sua, te ne accorgevi a giochi fatti. Prima del suo passaggio e durante la corsa verso la porta, scrutai nel riflesso della sua luce l’universo che aveva dentro il nostro capitano. Maestoso”. 

A proposito di geni, anche Careca è molto sottovalutato: raramente lo vediamo nelle varie classifiche, per quello che valgono…

“E’ vero, anche Antonio non ha la considerazione che meriterebbe. E la mia risposta è sempre la stessa: il preconcetto, il razzismo latente. Careca era un altro genio, aveva una velocità di pensiero pazzesca. L’intesa con Maradona è qualcosa che nel calcio abbiamo visto raramente”.

Romario ritiene di essere inferiore solo a Maradona e Pelè: cosa pensa?

“Con Zico e il Baixinho ho giocato in nazionale, insieme a tantissimi altri campioni. Romario era mostruoso e credo che siamo tutti d’accordo su questo, ma ovviamente esagera”. 

Ha un rammarico?

“Sì, la Coppa dei Campioni che potevamo vincere nella stagione 1990-91. Il Napoli aveva il potenziale per arrivare almeno in finale. Contro lo Spartak, al San Paolo, tanta sfortuna tra pali e traverse. A Mosca sappiamo cosa accadde: i giorni precedenti furono caratterizzati dai problemi di Maradona. Purtroppo per vincere un trofeo simile devi essere perfetto in campo e fuori, ma Diego era Diego e noi lo volevamo in campo anche a mezzo servizio. Quell’anno tutto lasciava pensare ad una finale a Bari tra Napoli e Milan. Peccato!”.

Con Cavani condivide la capacità di recupero e l’essere un atleta di Cristo.

“Avevo una capacità di recupero importante e dei polmoni incredibili, mi allenavo anche durante le vacanze e tornavo a Napoli in ottima forma. Ero il secondo uomo davanti alla difesa ed avevo il passo per dare man forte in avanti. E so che pure El Matador ha queste caratteristiche ancora oggi”. 

Dopo l’addio di Maradona il Napoli restò comunque competitivo: cosa mancò per vincere un titolo?

“Eravamo forti, ma sentivamo di essere senza leader: l'addio di Diego fu una mazzata, eravamo abituati diversamente con lui. Senza un genio come Diego a dare una visione a tutti, perdemmo la bussola e la direzione. Se fosse arrivato uno come Roberto Baggio, a mio avviso avremmo lottato per lo scudetto e forse lo avremmo anche vinto perché avevamo tutto per farlo. Baggio avrebbe infiammato i napoletani: insieme a Zola e a tutti noi avrebbe creato la fantasia giusta per vincere ancora”.

"C'è un buco per Alemao". Volevamo evitare, ma lo scriviamo anche noi: le parole di Bruno Pizzul prima del gol allo Stoccarda, come la monetina, faranno sempre capolino quando qualcuno parlerà di lui o con lui. E come dice Ricardo Rogerio de Brito, Professione emerito di "Direzione applicata", va bene così. 

RIPRODUZIONE RISERVATA

(Alemao con Stefano Cirillo)

(Alemao con Salvatore Cirillo, Zeus Sport)


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Luca CirilloLuca Cirillo
Giornalista dal 2010, ha lavorato per Il Roma. Da vicedirettore ed inviato di giornali online, ha seguito il Napoli in giro per l'Europa. È autore e conduttore di programmi su Radio Amore e collabora con alcune riviste.

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