Eroe Rafael, ecco il motivo: "qualcuno" gli doveva un favore

A molti piace pensare che ogni essere umano, su questo pianeta, sia legato ad un filo invisibile di nome Destino. Forse perchè, spesso, si cerca una spiegazione razionale agli eventi terreni.
A molti piace pensare che ogni essere umano, su questo pianeta, sia legato ad un filo invisibile di nome Destino. Forse perchè, spesso, si cerca una spiegazione razionale agli eventi terreni senza considerare che una buona parte di essi, soprattutto quelli negativi, un senso logico non ce l'ha. Ecco allora il "paracadute-Destino", che a volte placa la sete di risposte alle domande della vita e che ieri s'è fermato a Doha, Qatar, magica terra d'Oriente. L'ha sceneggiato lui il trionfo azzurro, e chi sennò? Ogni singolo istante della stremante scalata degli azzurri alla Supercoppa italiana è stato scandito dalla sua mano burlona, leggermente sadica certo, ma infine giusta. Come altro si potrebbe classificare l'epilogo dell'Al Sadd stadium di Doha se non così? Fosse solo perchè l'amaro in bocca della "nefasta" Pechino 2012 non s'era mai lavato via del tutto. Sarebbe potuto già bastare, ma la mano del Destino ha deciso di operare su più fronti. Prima, però, è stata costretta a creare l'handicap , favorendo il "frontale" che, dopo 5 minuti, ha spianato la strada a Tevez per il gol del vantaggio juventino. Come dargli torto, la trama doveva pur essere avvincente. Da lì, però, è cominciata l'opera di "destinizzazione": il pareggio a 50 secondi dalla fine del secondo tempo supplementare, i due match point falliti dalla Juventus dal dischetto, Higuain tornato il "Pipita dalle reti d'oro", dopo che in molti (troppi) ne invocavano già la sostituzione con Zapata, Gargano leader e cuore pulsante della mediana azzurra dopo mesi di invettive e fischi per inutili vicende passate, i due dell'incidente iniziale, Albiol e Koulibaly (autore anche di un salvataggio sulla linea), tornati baluardi difensivi e anche spietati cecchini dal dischetto, e poi lui, Rafael Cabral Barbosa, in arte l' "Eroe". Ne aveva di conti in sospeso, il Destino, con il numero uno azzurro, a partire dall'infortunio che gli fece saltare metà stagione l'anno scorso, proseguendo con le pressioni dell'eredità di Pepe Reina, e finendo con la volontà popolare di relegarlo a "portiere di palazzo" dopo alcuni interventi infelici in campionato. Tutto troppo frettoloso, tutto troppo severo visto lo scarso rendimento di un intero reparto arretrato. E allora doveva per forza essere quella "smanacciata felina" sul pallone calciato da Padoin a chiudere il cerchio del Destino azzurro. Doveva essere lui l'artefice del trionfo finale. Mettendo da parte la vena romantica, che questa Supercoppa così tanto sudata rappresenti un nuovo inizio, un simbolo di speranza, uno stimolo per i progetti futuri di questo club. Salire sul carro del vincitore ora è tanto facile quanto scenderne nei periodi bui, in cui tutto è da buttare. Ma questo, ormai, è insito nei geni del tifoso napoletano e lo sarà in eterno. Che sia allora il Napoli stesso a cercare di "equilibrare" i supporters azzurri facendo di questa Supercoppa una spinta verso traguardi sempre più ambiziosi, su tutti quelli tricolore. E che sia per tecnico e squadra una base su cui ripartire subito, già col Cesena alla prima del 2015, con il piglio da grande e la "cattiveria araba". Solo così ci si guadagnerà, ancora, la benevolenza del Destino.
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