Spalletti, i due moduli per il Napoli e un piccolo aneddoto

Analisi tattica del gioco del tecnico di Certaldo e una curiosità di quando, ancora calciatore, militava tra i dilettanti.
Monta spasmodica la curiosità tra i tifosi partenopei, nel vedere all’opera il nuovo tecnico del Napoli, Luciano Spalletti. In vista del prossimo futuro e con un presente reso ancor più amaro dall'ufficialità del passaggio di Sarri alla Lazio, non ci resta che provare a scandagliare il passato – non più tanto recente – del terzo tecnico toscano dell’era De Laurentiis. Dunque, nella sua filosofia tattica domina il 4-2-3-1 che, in fase difensiva, alterna con il 4-4-1-1. Elemento fondante della sua impalcatura è il trequartista. Deve possedere grande forza fisica e tecnica. Nella Roma, Nainggolan; nell’Inter... ancora Nainggolan. Il fatto che si sia portato con sé, nella sua esperienza meneghina, il feroce belga, la dice lunga su quanto sia, per lui, paradigmatico questo ruolo. Gli esterni: uno deve essere abile nel giocare tra le linee – nel Napoli potrebbe farlo Insigne – e l’altro, un velocista: Lozano o Politano sono gli uomini giusti.
La costante del 4-2-3-1 dell’allenatore di Certaldo sta nella ricerca della verticalizzazione alle spalle dei centrocampisti avversari, dunque, saranno necessari due mediani dotati di piedi educati. Una finta difesa a 4, che, in costruzione, si trasforma in una linea a 3, utile a innescare il terzino sinistro che, necessariamente, dovrà fluidificare. Per intenderci, commisurato alla rosa del Napoli, significherebbe tenere Di Lorenzo ancorato alla posizione difensiva, quindi, non più esterno destro a tutta fascia. Il compito di scivolare sull’out sinistro, di converso, spetterebbe a un Mario Rui il quale, però, non gode della piena stima di Spalletti, tant’è che fu proprio Luciano a decidere di cederlo, all’epoca in cui guidava la squadra capitolina.
Da giocatore ha sempre militato nelle rose dilettantistiche, però, benché in quella categoria, il crisma del leader, del trascinatore, gli veniva sovente riconosciuto. Insomma, di lui si diceva che fosse uno che ti cambiava le partite. In occasione di un match amichevole si fece notare da Gianpiero Ventura. L’ex tecnico del Napoli e della nazionale italiana gli disse: “Ma che ci fa uno come te nei dilettanti?”. Luciano, di certo, metteva in cascina (rigorosamente con la gorgia che contraddistingue i suoi corregionali) l’esperienza in accumulo, per poi, in seguito, approdare, almeno nelle vesti di coach, tra i professionisti.
Dal 2006 al 2017 il suo calcio raggiunge il massimo splendore alla guida di Roma, Zenit e poi di nuovo Roma, inaugurando, finalmente, la sua bacheca, con due Coppe Italia, una Supercoppa italiana, due vittorie in Prem’er-Liga (il campionato russo), una Coppa di Russia e una Supercoppa.







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