Logo AreaNapoli.it

Il "perdente di successo", il "Diavolo" e la decima: c'era una volta Re Carlo, "Angellotti" a Napoli


,
Pubblicato nella sezione Campionato
Il perdente di successo, il Diavolo e la decima: c'era una volta Re Carlo, Angellotti a Napoli

La parabola di Carlo Ancelotti e le frequenze del calcio. A Napoli è il momento di tornare con i piedi per terra. E anche in fretta.


Dopo le vedove di Maurizio Sarri, a Napoli sono spuntate le vedove di Carlo Ancelotti. Ma è o non è il caso di rimpiangere il tecnico di Reggiolo? Ripercorriamo la sua carriera. “Carletto” dopo aver vinto il primo scudetto dell’era Capello (1991-92) termina la sua gloriosa carriera da calciatore e inizia quella da tecnico. La prima esperienza è da assistente in Nazionale al maestro Arrigo Sacchi (dal 1992 al 1994) dal quale erediterà il 4-4-2 che si porterà nelle sue prime esperienze. Nel 1995 - 96 la prima avventura da allenatore è vicino casa, alla Reggiana, dove dopo un inizio difficile conquista la promozione in A, centrando così l’obiettivo per cui fu ingaggiato dal presidente Fantinel. L’anno dopo gli affidano il Parma stellare del dopo Nevio Scala: allena giocatori come Crespo, Crippa, Cannavaro, Buffon, Sensini, Thuram, Dino Baggio, Zola (quest’ultimo poi ceduto al Chelsea), e rifiuterà Baggio perché ancora integralista con il collaudato 4-4-2. Risultati dei due anni parmensi: un secondo posto al primo anno (senza mai lottare per lo scudetto) e un quinto il secondo anno.  Subito dopo subentra a Marcello Lippi alla Juventus nella stagione 1998-99: in Champions si ferma in semifinale contro il Manchester United di Alex Ferguson lanciato verso un grandioso triplete. Nelle stagioni successive due secondi posti in serie A, il primo dietro alla Lazio nel diluvio della fatal Perugia, il secondo dietro la Roma di Capello. La Juventus e l’ambiente non lo vogliono più e preferiscono puntare sul Lippi bis. I tifosi bianconeri inoltre lo ricordano per aver “rovinato” Thierry Henry. Il “perdente di successo”, così chiamavano Ancelotti, inventò Titì nel ruolo a lui non congeniale di esterno, ma anche di interno a centrocampo a sinistra o ala. Il punto è che in Italia non puoi giocare laterale se non copri entrambe le fasi di gioco. Henry aveva bisogno di campo, di libertà e di tempo. La Juve fu costretta a cederlo presto all’Arsenal per 27 miliardi di lire. E con Wenger è diventato un goleador formidabile che tutti hanno ammirato e in tanti rimpianto. Ma torniamo a Re Carlo.


PUBBLICITÀ

Nel 2001 lo richiama l’ambiente e la società che più sente sua, il Milan di Berlusconi: sostituirà Terim. Alla guida del Diavolo arriverà quarto al primo anno, per poi dare il via al terzo grande ciclo berlusconiano. Il Milan di Carlo Ancelotti è il Milan dei “meravigliosi”, dopo quello degli “immortali” (Sacchi) e quello degli “invincibili” (Capello) e scriverà pagine importanti nella storia del calcio italiano ed europeo. Gli costruiscono uno squadrone già nel 2002-2003: gli perdono Nesta, Rivaldo e Seedorf, sposta Pirlo davanti alla difesa (copiando l’idea di Mazzone, prima a Roma con Giannini e poi a Brescia dove Pirlo giocava dietro Baggio) e abbandona il suo integralismo di sacchiana memoria facendo giocare tutti i campioni a disposizione. Vince la Champions a Manchester togliendosi da dosso l’etichetta di eterno secondo e fa lo stesso con la Coppa Italia. In campionato invece arriva terzo dietro Juventus e Inter. L’anno dopo nel motore viene aggiunto un genio come Kakà: vince lo scudetto, ma in Champions va fuori nella sciagurata prestazione contro il Deportivo La Coruna. L’anno dopo altro secondo posto in campionato dietro la Juve di Capello, e secondo posto anche in Champions nella indimenticabile finale di Istanbul contro il Liverpool di Benitez (da 3-0 a 3-3 nella ripresa e sconfitta ai rigori). Zero titoli anche l’anno dopo, eliminato dal Barcellona di un divino Ronaldinho, ma si riscatta l’anno dopo vincendo la Champions 2007 in una stagione difficile dopo la vicenda Calciopoli. Sarà l’ultima stagione importante in una epopea che lo vede vittorioso anche in due supercoppe europee e in un mondiale per club. Nel 2009 va al Chelsea di Abramovic dove in due anni vince un campionato ed un FA Cup, ma fallisce l’assalto alla Champions tanto agognata dal patron russo. Subito dopo esperienza al Psg dove vince solo una in Francia e per lo più al secondo campionato visto che il primo lo perse con il Montpellier. Al Real Madrid (2013- 2015) vincerà la decima (ovvero la decima Champions delle merengues, decisiva anche la fortuna con il gol del pareggio di Ramos contro l’Atletico Madrid arrivato allo scadere) e una supercoppa spagnola, ma zero campionati, e dopo l’eliminazione dalla Juventus di Allegri in Champions in Semifinale conclude la sua esperienza spagnola.  Al Bayern Monaco, nella stagione 2016-17, vince subito il titolo, sfiora la finale di Champions, scippata dal Real con gol dubbi di Cristiano Ronaldo, poi entra in rotta di collisione con i senatori e viene esonerato nel 2017. Dopo un anno di pausa, riparte con il Napoli. Una vera e propria sfida, a cavallo dei 60 anni.


PUBBLICITÀ

Raccoglie l’eredità di Maurizio Sarri prendendo in mano i resti di una squadra che ha appena sfiorato l’impresa di vincere lo scudetto (Juventus letteralmente aiutata dagli errori arbitrali). I tifosi partenopei si aspettano l’addio di tanti calciatori cari a Sarri, ma Carlo Ancelotti riesce a convincere tutti o quasi a restare. Vanno via solo Jorginho (al Chelsea – per 63 milioni - dove è appena approdato Sarri) e Reina (al suo posto Meret, con Ospina e Karnezis). Arrivano Simone Verdi e Fabian Ruiz, mentre Hamsik viene spostato in cabina di regia. Ruolo che lo slovacco, cammin facendo, dimostrerà di non poter svolgere. Il Napoli, pur senza impressionare, si consolida facilmente alle spalle della Juventus ed in Champions batte il Liverpool al San Paolo e pareggia due volte con il PSG. Pagherà, a dicembre, il pareggio a Belgrado (0-0) e il gol incassato dalla Stella Rossa nel 3-1 finale: per la differenza reti passano agli ottavi le corazzate Liverpool (poi campione d’Europa) e PSG. Da quel momento il Napoli, che perde il 26 dicembre in campionato contro l’Inter a San Siro, si allontana definitivamente dalla Juventus capolista che vince lo scudetto praticamente in carrozza: i bianconeri chiudono il girone d’andata a 53 e gli azzurri a 44. Inizia lentamente il declino. Allan fa i capricci perché vuole andare al PSG: il Napoli dice “no”, a meno di un’offerta da 70 milioni (che non è mai arrivata). De Laurentiis è indispettito con i francesi che hanno parlato direttamente con il calciatore il quale ha fatto pressioni per essere ceduto. Allan viene momentaneamente messo ai margini della rosa. Il Napoli viene eliminato dalla Coppa Italia: a San Siro passa il Milan di Gattuso con i gol del nuovo arrivato Piatek. A febbraio Hamsik, con un colpo di teatro, vola in Cina: nella casse del Napoli 20 milioni. Saluta anche Rog. Da quel momento le prestazioni non sono più entusiasmanti con diversi passi falsi. Nel girone di ritorno Ancelotti raccoglie appena 35 punti e chiude a 79, con un +10 su Atalanta e Inter e un -11 dalla Juventus campione d’Italia. In Europa League, invece, cocente eliminazione ai quarti contro l’Arsenal: Napoli mai in partita! A fine stagione Aurelio De Laurentiis, dopo un primo anno di rodaggio per il nuovo mister – parole sue – annuncia un mercato “Ancelottiano”. Intanto Allan (a cui era stato promesso un rinnovo di contratto a cifre raddoppiate), e soprattutto Mertens e Callejon, vorrebbero ridiscutere il contratto in scadenza. Ancelotti getta acqua sul fuoco con i calciatori e sembra quasi che sia il garante per i rinnovi. Che però non arrivano. Dal mercato, invece, arrivano Lozano, Llorente, Di Lorenzo, Elmas e Manolas. Vanno via Verdi, Ounas, Albiol e Diawara. Insigne resta in bilico fino alla fine. Ancelotti chiede James Rodriguez per varare il suo 4-2-3-1. De Laurentiis, invece, vorrebbe un terzino e un bomber ed è per questo che tratta Icardi. Almeno ci prova. Ancelotti dice che a fine agosto “saremo tutti felici”. Arriva Llorente, a parametro zero. Di Icardi e James nessuna traccia. Insigne resta, nonostante le bordate di Ancelotti e di De Laurentiis. Ed è il capitano, la fascia è ancora sua. Il mister parla di “scudetto possibile” e di “mercato da 10” mentre firma comunicati polemizzando con Regione e Comune per i lavori non completati allo spogliatoio del San Paolo che ospita gli azzurri. Polemica che si trasformerà in boomerang o, se volete, in un clamoroso autogol visto che lo spogliatoio era pronto come da cronoprogramma lavori. Tra l’altro Ancelotti, al San Paolo, non aveva fatto nessun sopralluogo. In tanti sospettano che lui, quel comunicato, l’abbia solo firmato. Inizia il campionato: il Napoli vince a Firenze (3-4), poi perde con la Juventus allo scadere con il clamoroso autogol di Koulibaly dopo aver recupero dal 3-0 al 3-3. Finisce 4-3, ma segna Lozano nel giorno del suo esordio. Successivamente il Napoli batte la Sampdoria in casa (2-0), con i gol di Mertens. Ancelotti si affretta a ricordare al club che bisogna rinnovare i contratti di Dries e Callejon. Niente, il club non ci sente. Poi arriva il Liverpool al San Paolo per la prima di Champions. Il Napoli stende 2-0 i campioni in carica con una prestazione convincente che illude tutti. De Laurentiis si dice orgoglioso di essere il presidente del Napoli e mette in guardia tutti sulle insidie del match con il Lecce. E così gli azzurri non si distraggono e vincono anche in Puglia. Tutti più o meno soddisfatti e quasi abituati ad una “normalità” di medio alto livello. E’ il 22 settembre, l’ultimo giorno di felicità e speranza.

Poi arriva il Cagliari in casa: il Napoli domina, ma alla fine perde nei minuti finali al termine della solita sanguinosa ripartenza successiva ad un forcing scriteriato. Primi errori arbitrali pesanti. Da quel momento in poi sembra spegnersi qualcosa. Ma arriva la vittoria in casa con il Brescia e il pareggio che fa discutere (anche per l’esclusione di Insigne e Ghoulam) sul campo del Genk in Champions (0-0). Quindi il pareggio (0-0) contro il Torino in esterna, la vittoria in casa contro il Verona (2-0) ed il successo contro il temibile Salisburgo in Austria (2-3), con gol di Insigne e ammucchiata selvaggia nell’esultanza che sembrava un messaggio chiaro a tutti da parte dei calciatori: “noi stiamo con Ancelotti”. Altra illusione. Il Napoli pareggio sul campo della Spal (1-1) e in casa con l’Atalanta (2-2) ed inizia a scivolare fuori dalla zona Champions. Altri terribili errori arbitrali (che si sommano a quelli accaduti contro Torino e Spal): l’intervento scomposto di Kjaer su Llorente e il calcio in faccia a Callejon in area su tutti: Ancelotti alzerà la voce con Rizzoli, ma nulla cambia, anzi le cose peggiorano. Il Napoli cade anche a Roma contro i giallorossi (2-1). De Laurentiis inizia a tremare. Qualcosa sta sfuggendo di mano. E così impone il ritiro alla squadra. Ancelotti in conferenza dice di accettare, ma di non condividere la decisione. Quasi spiazzato il mister. Arriva così il fatidico giorno di Napoli-Salisburgo: è il 5 novembre. Al San Paolo finisce 1-1. Segna Lozano. Negli spogliatoi i calciatori aspettano De Laurentiis per capire se il ritiro va avanti o no. Il presidente è impegnato e non scende negli spogliatoi per parlare con la squadra. Ci va Edo, il figlio di Aurelio e vicepresidente del club. Gli animi non sono sereni. La squadra, indispettita perché si sente ignorata dal patron (e anche per il troppo spazio concesso a Davide Ancelotti, figlio di Carlo, così si legge su alcuni giornali), decide autonomamente di interrompere il ritiro: ognuno torna a casa sua, mentre Ancelotti dribbla i giornalisti in barba al protocollo UEFA e si dirige a Castel Volturno. Il vaso si rompe ed esce tutto il marcio fuori. Insigne, Allan, Mertens, Callejon e Koulibaly sembrano essere i capi della rivolta (o sarebbe meglio dire “leggerezza”). De Laurentiis si chiude a riccio e poi fa trapelare l’intenzione di fare causa ai calciatori per i danni subiti e anche per tutelare l’immagine del club. Il Napoli crolla mentalmente e fisicamente: pareggio con Genoa e Milan (0-0 al San Paolo, 1-1 a San Siro), poi arriva l’impresa sul campo del Liverpool: 1-1. Ma è solo l’ennesima illusione. A Fuorigrotta arriva il Bologna che vince 2-1, poi il pareggio a Udine (1-1) e quindi il 4-0 dell’addio di Carlo Ancelotti che viene esonerato nel giorno del passaggio del turno agli ottavi di Champions. Del mister delle Champions altrove, non resta nulla: De Laurentiis passa il timone a Gennaro Gattuso. Il presidente non si fidava più dell’amico Carlo, difeso in più occasioni, anche al momento dell’addio: “l’amicizia resta”. La classifica era inaccettabile visti gli investimenti fatti: 36 milioni per Manolas, 45 per Lozano (utilizzato anche come punta centrale) e circa 25 tra Di Lorenzo ed Elmas, oltre 100 milioni. De Laurentiis non gli ha perdonato nemmeno l’insistente richiesta di James Rodriguez e alcuni metodi di lavoro (lo ha fatto capire chiaramente in alcune interviste). Soprattutto si è legato al dito che Ancelotti ha dichiarato pubblicamente di non condividere la scelta del ritiro. E forse anche di aver fatto il sindacalista chiedendo i rinnovi di alcuni calciatori. I disastri tattici, evidenti, sembrano l’ultimo dei problemi. Insomma, del patrimonio di conoscenze costruito nei tre anni di Sarri, che lo stesso Ancelotti elogiò, nemmeno l’ombra. Di chi la colpa? Dei calciatori? Del club? Del presidente? Forse tutti, ma che nessuno parli di complotto nei confronti di Ancelotti: si tratta di un lento declino sfuggito di mano ed il maggiore responsabile è proprio Re Carlo che in un anno e mezzo non è riuscito a dare un gioco (troppo turnover e calciatori fuori ruolo) e una coesione al gruppo. E nemmeno una apprezzabile continuità. Si è fidato troppo di De Laurentiis nonostante un mercato per nulla gestito in base ai suoi disegni tattici? Può essere, ma allora perché non si è dimesso? Carlo Ancelotti ha un palmares invidiabile, ma in campo ci va il presente e non il passato. Uno grande come lui non doveva farsi trattare come uno qualunque.  E infatti l’Everton, per averlo, lo ha coperto d’oro e gli ha dato pieni poteri. Carlo Ancelotti, non è la perfezione, come non lo è nessuno al mondo, ma è pur sempre un pilota di Formula Uno: se gli dai auto normali, poco sopra la media, il rischio che finisca fuori pista è dietro l’angolo. Lo dice anche la sua storia, del resto. Inutile rimpiangerlo. Semplicemente, come dice il suo maestro Sacchi, lui ha sbagliato ad accettare Napoli e De Laurentiis lo ha preso solo perché dopo l’epopea di Sarri non poteva rilanciare con il Giampaolo di turno. Ma poi ha capito di dover correggere il tiro e infatti non è arrivato Spalletti, ma Gattuso, che al Milan lasciò il suo posto a Giampaolo. E che di Ancelotti è allievo e amico. Una via di mezzo, insomma, tra lo sconosciuto, l’inesperto e chi un nome ce l’ha, ma da calciatore. E che un nome vuole "farselo" anche da mister. Corsi e ricorsi napoletani. Da Mazzarri al rilancio Benitez, da Benitez a Sarri, da Sarri al grande Ancelotti, a Napoli diventato Angellotti. E da Ancelotti a Ringhio. Ognuno ha la sua parabola, vanno individuate le frequenze giuste. Ancelotti ha dimostrato di essere un grande gestore di campioni e di saper sviluppare un calcio al servizio dei campioni. Ma la vera dimensione del Napoli, piaccia o meno, non è la stessa di Ancelotti. Che a sua volta ha fatto vedere a tutti che la sua parabola è discendente. Questione anche di età, è fisiologico. E’ approdato all’Everton, a suon di milioni. Ma l’Everton non è il Liverpool. Anche se è di Liverpool come i Reds. I Toffees hanno più mezzi del Napoli come tutte le squadre inglesi, gli daranno carta bianca per costruire qualcosa. Dalle nostre parti, invece, dopo il sogno scudetto sfiorato con Sarri, tutti speravamo nei trionfi con Re Carlo con campagne acquisti di livello perché, si sa, la base di ogni successo, tranne rarissime eccezioni, è una rosa di grande livello. Che il Napoli non può permettersi. In alternativa, Sarri lo aveva capito, serve un grande gioco. Da Ancelotti, però, ci aspettavamo almeno l’ABC del calcio, ovvero una costruzione saggia della rosa, un turnover efficiente e un gioco equilibrato. Chi l’ha visto? Forse è il momento di tornare tutti con i piedi per terra e ripartire con progetti seri e a lunga scadenza: strutture, settore giovanile, tecnico giovane, preparato, affamato… De Laurentiis ci pensa? I tifosi sarebbero predisposti? In questo eterno limbo, la fortuna va e viene…

Fabio Gentiluomo - Luca Cirillo


PUBBLICITÀ

Ultimissime notizie
Luca Cirillo
Giornalista dal 2010, ha lavorato per Il Roma. Da vicedirettore ed inviato di giornali online, ha seguito il Napoli in giro per l'Europa. È autore e conduttore di programmi su Radio Amore e collabora con alcune riviste.
Guarda suYouTube logo
Prossima partita del Napoli
VillarrealVillarreal
NapoliNapoli
Villarreal-Napoli, i precedenti
Champions, martedì 13 ottobre alle 21:00