Fenomenologia di Conte, da re a suddito. E non si sta napoletanizzando

Conte si sta rendendo conto che il vento è totalmente cambiato. Tranne i napoletani, viene criticato da tutto il globo terracqueo calcistico.
Strano destino quello di Don Antonio Conte da Lecce, profondo sud, terra di strisciati variamente dipinti. Dopo gli esordi salentini, conobbe fama, gloria e soldi con la maglia bianconera, prima da giocatore, poi da capitano e infine da allenatore. Le sue abitudini cambiarono poco quando variò il colore delle strisce da bianconero in neroazzurro.
Quasi non se ne accorse, tutto gli era dovuto, o quasi: la stampa del nord continuava ad idolatrarlo nonostante il cambio di casacca, passato quasi inosservato anche quando approdò in Nazionale. Si ricordano ancora le sue gesta, anche se non riuscì a portare l'Italia in semifinale europea. Prandelli, che perse una finale contro la Spagna più forte di sempre e Mancini, che un Europeo addirittura lo vinse, passarono quasi per degli incapaci.
Adesso Conte viene accusato di essere un "piangina" (da noi si direbbe chiagnazzaro). E forse c'è un fondo di verità. Ma quando Conte passò dalla maglia bianconera a quella nerazzurra, per lui fu un passaggio indolore. Le “attenzioni”, unitamente alle “sollecitazioni esterne”, continuarono senza soluzioni di continuità. E lui le accettava facendo buon viso a cattivo gioco. Valga per tutto il suo sorriso sardonico, quasi compiaciuto ('O sanghe se mazzeca, ma nun se sputa!), dopo il rigore fischiato contro Perisic per fallo di Cuadrado. Un rigore che di fatto spostò una cinquantina di milioni da Napoli a Torino.
Adesso le reazioni sono diverse: panta rei. Tutto scorre. E vorrei vedere che non fosse così. Conte si sta rendendo conto che il vento è totalmente cambiato. Adesso, tranne i napoletani (che una volta lo detestavano più di Allegri, Inzaghi e Pioli messi assieme), viene criticato da tutto il globo terracqueo calcistico. Forse alla fine della sua esperienza napoletana potrebbe pure rendersi conto, e ammettere, che a Napoli, Roma, Lazio e Fiorentina sono stati sottratti dai soliti noti (come li chiama lui), almeno una decina di scudetti, dei quali almeno la metà solo al Napoli. Al Verona riuscì il colpo a sorpresa al primo e unico tentativo di sorteggio arbitrale.
Mentre al primo anno di introduzione del VAR il colpo non riuscì perché trovarono il modo di sventare la pericolosa sorpresa azzurra col tour della vergogna: Cagliari, Firenze, Roma (sponda Lazio), Chievo e Benevento. Dove San Siro resta solo la punta dell'iceberg. E chi dice che il Napoli NON perse quello scudetto in albergo, come sostenne Sarri, mente sapendo di mentire: anche vincendo a Firenze, il Napoli era stato fatto fuori il giorno prima a Milano. E non solo a causa dell'errore di Orsato. Ma questo è un altro discorso.
Poi ci sono gli scudetti che nel triangolo delle strisciate si sono rubacchiati a vicenda. In fondo si è sempre meridionale di qualcuno. Come disse il pinguino. Ricordando il mancato rigore su Ronaldo il Fenomeno, fatto passare per fallo di sfondamento e quello del gol di Muntari, che uno sportivissimo portierone bianconero disse di non aver visto. E che comunque, anche se lo avesse visto - parole sue - non lo avrebbe mai confessato. E alla fine tutto torna. Compreso il prestigioso incarico di accompagnatore ufficiale della Nazionale. Conte dunque è sempre lo stesso, e sempre lo sarà, non si sta napoletanizzando. Con buona pace dei suoi ex adulatori, nel frattempo divenuti ostili denigratori e che fanno finta di non accorgersene. Anzi, forse sono i napoletani che si stanno “contizzando”. Se sarà un bene, lo scopriremo solo vivendo. E vincendo.







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