De Laurentiis non è Cincinnati Kid, ma il Napoli è bello come Steve McQueen. La Juve è Lancey Howard

"E' come nella vita! Lei è in gamba, Kid, ma finchè ci sono io, per lei c'è il secondo posto. Non le resta che adattarsi all'idea".
“Giochi ancora Kid?”, chiede Melba. “No, ho finito”, risponde Eric Stoner, per gli amici Cincinnati Kid, mentre una goccia di sudore gli scende dalla fronte e solca il viso tra l’orecchio e il naso. “Hai rilanciato con solo tre carte a colori”, Melba gira lo sguardo verso Lancey Howard, con un tono a metà tra stupore e ammirazione. “Il che dimostra che a volte basta una mossa sbagliata al momento giusto”, commenta soddisfatto Lancey accendendosi un sigaro. “E’ tutto qui, veramente”, aggiunge Kid girando la carta coperta, ovvero un asso di cuori che chiude il full in una telesina a poker da impazzire. Un punto straordinario, ma che non basta per battere la scala reale formatasi ssul tavolo, davanti a Lancey, tra continui rilanci. A dimostrazione che a poker bisogna saper giocare, certo, ma se hai una spaventosa potenza economica rispetto all’avversario parti comunque avvantaggiato per la possibilità di cercare la fortuna anche in quei giri che sembrano iniziare male e invece compongono un cerchio di Giotto pennellato con la coda del Diavolo. Cosa c’entra il Napoli? C’entra, c’entra.
Il Napoli è bello e azzurro come gli occhi di “Cincinnati Kid” (personaggio che dà il nome al film del 1965 diretto da Norman Jewison), interpretato da Steve McQueen e il punto, il suo punto, riesce sempre o quasi a chiuderlo con stagioni positive. Tuttavia De Laurentiis (per fortuna, dicono in tanti, ma è questione di punti di vista) non è come Eric Stoner il quale è uno spaccone perché sa di essere un grande giocatore di poker scoperto del New Orleans (siamo negli anni ’30). Stoner pensa addirittura di essere il numero uno. Almeno fino a quando non fa i conti con il vecchio Lancey. E soprattutto, con il proprio ego. Il presidente del Napoli, al contrario, il suo ego lo utilizza da scudo per difendere la scelta di evitare drasticamente l’azzardo. Al tavolo si siede anche, e in mano gli arrivano pure ottime carte: cinque, appunto, come quest’anno. Manolas, Lozano, Llorente, Elmas e Di Lorenzo: un intrigante full di jack con due 10. Ma l’avversario, definito il “Re del poker”, può rilanciare come gli pare. E così De Laurentiis fa la sua strada, non si lascia condizionare, costruisce la sua solidità su piatti più “equilibrati” e sa quando è il momento di passare pur con qualche bluff qua e là. Se poi gli arriva un asso colombiano in mano perché il Real Madrid così ha deciso, sorride angelicamente senza farsi prendere dal gioco e aspettando magari la rinuncia degli avversari. La Juventus, invece, che ha lo sguardo di Lucifero ed è simile a quello di Edward G. Robinson, l’attore che interpreta Lancey Howard, si tuffa anche nei piatti più difficili e siccome, come è noto, “i soldi vanno dove stanno altri soldi”, alla fine ha anche l’ultima parola. “E’ come nella vita! Lei è in gamba, Kid, ma finchè ci sono io, per lei c’è il secondo posto. Non le resta che adattarsi all’idea”, chiude Lancey guardando negli occhi Cincinnati Kid mentre la fiamma del cerino ancora acceso tra le dita è lì che lambisce i polpastrelli. Tanto il diavolo non si scotta. E nemmeno De Laurentiis. Ecco, forse Cincinnati Kid ricorda vagamente Carlo Ancelotti. Lui vuole vincere. E non fa il gioco di parola.
Luca Cirillo
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