Agnelli-Conte, il fatto del secolo. La verità che nessuno racconta e la frase mai perdonata

Claudio Pea, noto giornalista, ha raccontato ad Areanapoli.it tutti i retroscena del litigio tra Conte e Agnelli: "Altro che il ritorno di parrucchino alla Juve".
Non scrivo da parecchio tempo. Fate conto da Ferragosto. Più o meno. Ma adesso non sto qui a spiegarvi le ragioni che sono molteplici e un po' complicate del mio Aventino. Onde per cui, com’è bello tornare a scrivere “onde per cui”, me ne stavo quasi dimenticando, vi confesserò magari un’altra volta sul mio blog satirico (www.claudiopea.it) i motivi della mia salita al Colle, non a quello di Sergio Mattarella, che non mi sta nemmeno troppo simpatico, ma dove Menenio Agrippa quasi duemilacinquecento anni fa fece un bel discorsetto ai plebei romani che, più incazzati degli intertristi d’oggi, s’erano per protesta lassù rintanati e li convinse a tornare in senato dai patrizi rubentini. Perché senato e popolo, come predicò quel grande apologo, devono essere un corpo unico che perirebbe con la discordia e fiorisce invece con il consenso. “Senatus et populos quasi unum corpus discordia pereunt concordia valent” (senato e popolo, come fossero un unico corpo, con la discordia periscono, con la concordia rimangono in salute). Mi sembra d’essere Claudio Lotito. Per carità di Dio e allora salto in fretta al dunque.
Son tornato a scrivere solo per il mio amico Luca (Cirillo) che mi è stato molto vicino in questi miei ultimi (difficili) momenti. Per la verità lui vorrebbe che insieme raccogliessimo gli aneddoti curiosi e anche carini, oltre che esclusivi, dei miei 35 anni di pennivendolo e li buttassimo giù in un libello. Vedremo. Intanto s’accontenti di questa improvvisa mia esternazione letteraria per il sito per il quale lavora e mi perdoni se mi troverà un po’ eccitato e più svitato del solito ma a me il cortisone, che ho cominciato di nuovo a prendere da qualche giorno in vena e in fiale, fa sempre questo strano effetto. Per esempio due notti fa mi son ritrovato seduto sul letto più sveglio di un galletto all’alba, eppure erano solo le quattro e poi non c’è stato più verso che riprendessi sonno. Eppure mi ero addormentato che sarà stata almeno mezzanotte e mezza.
Perché mi aveva davvero avvinto (come l’edera) quel “coglione” sparato in faccia al Conte Andonio, che chiamavo Parrucchino quando allenava il Siena e non si era ancora fatto trapiantare il ciuffo negli States, da Andrea Agnelli che per me era un banalissimo Agnellino prima che martedì sera esternasse, anche con un eloquente e vigoroso gesto della mano molto simile ad un vaffa, tutto il livore verso l’uomo che per primo gli aveva regalato lo scudetto nel 2012 che chissà da quanto tempo covava ancora dentro. Ve lo dico io: dal maggio del 2014 quando la Juve perse l’occasione di giocare allo Juventus Stadium la finale dellUefa Europa League con il Siviglia perché nel ritorno in casa di semifinale con il Benfica, dopo essere stata sconfitta 1-2 a Lisbona, non era riuscita a segnare un gol ai lusitani: finì infatti 0-0 e i bianconeri del leccese furono eliminati”. Apriti cielo.
Lo so, a Luca dispiacerà che vada oggi svelando questo retroscena, ma non ce l’ho proprio fatta a trattenermi e maledica pure il cortisone che mi dà tutta questa energia e voglia di raccontare una storiella del pallone, che tanto mi ha appassionato o forse solo agitato, con la promessa però, lo giuro, caro Luca, che ben altre chicche ho tenuto nel cassetto della memoria per il nostro libro magari del prossimo Natale. O tra due. Allora ad Agnellino già era andata di traverso l’eliminazione della Juve al primo turno della Champions con il Galatasaray nel gelo, il pantano e la neve di Istanbul nel tragico dopopranzo dell’11 dicembre 2013 e non lo tenne nascosto: anzi lo fece sapere a Conte dai suoi caddie tra i quali, oltre a Nedved e Paratici, che con lui giocano a golf, c’era anche Beppe Marotta del cui allontanamento dalla Juve ci sarebbe pure da scrivere un capitolo. Ma un’altra volta.
Ora penso che Parrucchino l’abbiate cominciato a conoscere: il primo anno è un ottimo allenatore, per me tra i tre migliori d’Italia, dopo Allegri e il terzo sceglietevelo a piacimento. Mentre già al secondo comincia a diventare insopportabile, e sta sulle palle penso persino a sua moglie, soprattutto se non ha vinto il campionato, a cui comunque tiene molto più che alle coppe, e difatti lo Zhang l’avrebbe volentieri già l’estate passata spedito via dall’Inter a calci sul sedere se avesse ancora potuto spendere e spandere. E invece dalla Cina il regime, che lì non scherza, gli ha proibito d’esportare altri ingenti capitali all’estero e quindi il 40esimo uomo più ricco della Cina e il 102esimo della terra secondo la rivista Forbes non ha potuto sganciare una cinquantina di milioni d’euro, caramelle, per liberarsi (molto volentieri) del Conte Antonio che quando perde, in particolare con la Juve, non sa perdere. E perde proprio la testa avendo già perso quasi tutti i capelli. Come è successo martedì in Coppa Italia, ma anche altre mille volte come una ventina di giorni fa nel dopo partita di Udine anche lì per uno 0-0 che non gli era piaciuto, se la prese con l’arbitro di turno e si è beccato due giornate di squalifica.
Stavolta s’è infuriato che non erano neanche passati dieci minuti dal fischio d’inizio del povero Mariani di Aprilia che secondo lui non aveva visto un rigore (netto) in area bianconera di Bernardeschi ai danni di Lautaro. In verità era stato il Toro argentino scornato a scalciare il penoso numero 33 di Pirlo e poi il terreno di gioco dal quale si è sollevata una zolla. A quel punto pare che dall’altra panchina abbia cominciato Leo Bonucci a riprenderlo e successivamente a scanzonarlo quando Conte gli ha mostrato il dito medio con la falangetta all’insù e l’unghia in bella mostra. Scrivo “pare” perché non molto ci è stato raccontato dagli inviati della Rai che erano almeno cinque o sei, dei quali un paio a bordo campo, che forse si erano addormentati per quel duello poco rusticano e molto noioso, senza tiri in porta, a parte le tre cilecche di Ronaldo, o forse hanno preferito, come temo, narrarci le solite cose che non interessano a nessuno come la posizione in campo di Barella che a destra è raddoppiato da Hakimi come tutta Italia non sapesse che l’Inter dell’Andonio da Lecce attacca solo in quel modo e che solo Pirlo, più pirla che distratto, ha ai due migliori nerazzurri opposto una volta in campionato Frabotta, e sono stati dolori lancinanti, e l’altra sera Bernardeschi che è stato appena meglio, ma lo stesso ben sotto la sufficienza in pagella.
Anche di questo sarebbe bello un giorno parlare. E cioè di questo calcio apatico, spento, moscio, surreale, senza gente e senza salvagente al quale aggrapparsi per non sprofondare in sonno profondo. Col Var che allunga i tempi di uno spettacolo che ormai non diverte più nessuno e al massimo incuriosisce per le voci e le grida dei suoi protagonisti che non hanno ancora capito, povere stelle, che tutti sentono quello che dicono in campo o nei dintorni. Comprese le fastidiose bestemmie di Buffon e non solo, anche Ivan Juric sacramenta spesso e volentieri, ma i telecronisti (pure di Sky, non pensino) o i loro sottopancia al massimo ci raccontano che Pirlo si raccomanda con i suoi presunti funamboli di far girare la palla il più velocemente possibile e altro non grida da fine settembre a oggi. E io pago.
Eppure al termine di Juve-Inter 0-0 il mondo ha visto in diretta tivù Andrea Agnelli scattare in piedi e precipitarsi giù per i gradini della tribuna d’onore verso quella dell’Inter rinunciando ad andare ad abbracciare Paratici e Nedved che si avvinghiavano uno all’altro appassionatamente felici per aver escluso dalla finale con l’Atalanta proprio l’odiata Intertriste di Conte e Marotta per fortuna orfana di Vidal squalificato. Altrimenti sarebbe stato più gustoso ancora. Cosa aveva allora Agnellino? Gli scappava forse la pipì? Questo magari l’hanno pensato Alberto Rimedio e Antonio Di Gennaro, buono per tutte le televisioni, che infatti hanno solo sottolineato quanto fossero felici i dirigenti bianconeri per quel pietoso 0-0 nel corso del quale Gigi Buffon, anche se fosse rimasto a letto con la sua bella Ilaria D’Amico, pure lei nullafacente, sarebbe stato lo stesso. A parte un paio di uscite per andare a comprare le sigarette dall’amico tabaccaio.
E invece stava per scoppiare il fatto del giorno. Che dico? Del secolo. Perché nella storia della grande e sacra famiglia Agnelli mai nessun suo rampollo, un’ora e mezza prima dello scoccare della mezzanotte del 9 febbraio 2021, aveva mai osato mandare a quel paese l’allenatore della squadra avversaria dandogli pure del “coglione” patentato. Un evento che non è stato ieri capito neanche dai giornaloni, come li chiama Marco Travaglio, che sostengono il governo Draghi, sicuramente in altre faccende molto più morbose affaccendati. Ad eccezione dei tre sportivi, soprattutto Tuttosport, che hanno subito cavalcato l’onda. E a conferma che pure questo neogiornalismo della cosiddetta carta stampata è diventato povero di idee e di spettacolarità, d’attenzioni e di stimoli, al pari di quello televisivo sempre più aggrappato alla routine e alle banalità di tutti i santi giorni dell’anno. In verità oggi, cioè con ventiquattro di ritardo, anche i giornaloni si sono svegliati e hanno ovviamente gridato allo scandalo prendendo le parti o dell’Inter e della Juve come in un ennesimo show politico tra destra e sinistra dove quel che dicono gli uni e gli altri tutti lo sanno e l’hanno già imparato a memoria. Ma di nuovo si sono persi in discorsi che non hanno centrato il cuore dell’inedita lite tra un Agnelli ed un suo ex dipendente che pure gli aveva regalato tre scudetti uno di fila all’altro. Magari sostenendo che con l’Avvocato queste baruffe chioggiotte non sarebbero mai scoppiate. E’ vero. Ma chi se ne importa? Proviamo piuttosto a rovesciare la medaglia e cominciamo a scoprire cose semmai viste prima al mondo. Perché nessuno in passato per esempio si era neanche mai permesso d’alzare il dito medio in faccia all’Avvocato.
Non sto scherzando, per me Andrea Agnelli è stato magnifico come non lo era mai stato nessun’altra volta in passato. Finalmente è stato vero, sincero, umano sino in fondo togliendosi quel grosso peso che si portava dentro da un sacco di tempo. E non da quella sera, poco prima di cena, del 15 luglio 2014 come vi hanno in molti oggi raccontato. Quando il Conte Antonio, al secondo giorno d’allenamento, dopo un’estate di gelo con la società, si prese il lusso di sbattere la porta in faccia all’Agnellino che non si offese per niente. Anzi, era quel che sperava accadesse per poter prendere al volo Acciuga Allegri prima che volasse da altre parti e vincere altri cinque scudetti consecutivi, quattro Coppe Italia dopo un sacco di tempo e pure due edizioni di Champions perse nelle finali con il Barcellona di Leo Messi e il Real Madrid di Cristiano Ronaldo.
Non sono ingrati gli Agnelli e non lo è stato nemmeno stavolta Andrea. Semmai, quando se la legano al dito, difficilmente perdonano e così si è comportato l’attuale presidente della Juventus dando lustro a tutta la famiglia non meno permalosa di lui. Bisogna scavare nelle notizie andando oltre quello che è sotto agli occhi di tutti: questo mi aveva insegnato Guglielmo Zucconi, immenso direttore del grande Giorno dei Brera, Signori, Fossati e Clerici. E questo il vostro pennivendolo vorrebbe, concludendo, perché l’ho fatta anche sin troppo lunga, inculcarvi nella zucca. La Famiglia non s’era offesa perché il Conte Antonio si era licenziato rinunciando allo stipendio, ma perché quel Conte aveva osato dichiarare dopo aver perso oltre all’Europa League anche la Coppa Italia solo per rincorrere ostinatamente il record dei record in campionato e cioè lo scudetto conquistato con 102 punti: “Non si può pretendere, né chiedere di vincere anche la Champions se ad un ristorante di Londra ordini caviale e champagne e hai dieci euro in tasca e non cento”. Insomma diede dei “pezzenti” agli Agnelli e sei anni e mezzo dopo si è preso da un Agnelli del “coglione” imparando magari che la vendetta è un piatto molto meno costoso perché si può mangiare anche freddo e al massimo riscaldato in una tiepida notte di febbraio nell’Allianz Stadium di Torino senza pubblico e senza calore. Con qualcuno che ha dato cinque in pagella a Ronaldo e altri sette. E chi se ne frega. Quasi dimenticavo: ricordate quando alcuni scrivevano tempo fa che Conte poteva "clamorosamente" tornare alla Juventus? Balle. E il fatto del secolo lo conferma.
Claudio Pea








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