RETROSCENA - Il campione nato dalla guerra fu ad un passo dal Napoli: cifre e dettagli

Interessante retroscena di mercato spiegato nel dettaglio da chi allora fu protagonista diretto di un affare sfumato davvero per poco
Era il Napoli della Serie C e, già a quell'epoca, c'era chi sognava in grande. L'espertissimo direttore Pierpaolo Marino aveva posato gli occhi sul giovanissimo Luka Modric quando ancora non lo conosceva nessuno: "Andai a vedere Dinamo Zagabria-Hajduk e, appena quella cortina di nebbia artificiale si diradò, rimasi letteralmente folgorato da quelle molto più intense, veloci e frenetiche di un furetto biondo della Dinamo. Guardai la lista, ma il nome di Luka Modric, un ventenne con due piedi buonissimi, quel giorno schierato da esterno di centrocampo, prima a destra e poi a sinistra, autore del gol partita, non mi diceva nulla, al contrario di tutti gli altri giocatori della Dinamo, Eduardo Da Silva in testa", racconta per calciomercato.com. "Alla fine della partita telefonai subito al Presidente che, entusiasta, del mio racconto, coraggiosamente, stanziò subito cinque milioni per quella operazione, nonostante fosse un extra-budget, che andava oltre la decina di milioni prevista per rinforzare la squadra che aveva dominato la C e renderla competitiva per vincere subito in B. Sorrentino (agente ed amico) organizzò velocemente una cena con alcuni agenti vicini alla Dinamo, ma la trattativa naufragò rapidamente soprattutto per i soliti ostacoli burocratici, regolamentari e assicurativi, nonostante la esosa richiesta del Club croato (una decina di milioni più bonus), somma, che invece ci occorreva per andare subito in Serie A, come poi, per fortuna, accadde. Quando un anno dopo la Dinamo realizzò la cessione di Modric al Tottenham per più di 21 milioni di Euro, la felicità per la fantastica promozione del Napoli, secondo alle spalle della Juventus di Buffon, Del Piero, Nedved, Trezeguet ecc., fece posto ad un filo di amarezza, per l'occasione perduta. In quel caso sarei stato felicissimo di aver sbagliato nell' unica visionatura di quell' imprendibile furetto biondo di Modric, oggi trentenne regista, a cui il Real Madrid non può rinunciare", racconta l'ex DG partenopeo.
Su Luka Modric è possibile leggere anche un altro articolo (a cura della redazione di Delinquenti del Pallone) che ne traccia la storia sportiva e personale. Ve lo proponiamo: "Primi anni '90. Siamo a Zadar -in Italia nota come Zara- nel pieno della guerra di indipendenza croata. Nel parcheggio dell'Hotel Kolovare, ormai adibito a campo profughi per accogliere molti dei croati in fuga dalla violenza dei militari serbi, un bambino piccolo e gracile, con un caschetto biondo e i denti sporgenti, continua a palleggiare. Il pallone tra i piedi di quel bambino, che ha 7, forse 8 anni, sembra più grande di quanto effettivamente sia. Ma quel bambino con il caschetto biondo, con quel pallone più grande di lui fa praticamente quello che vuole. Lo fa rimbalzare contro i muri, lo accarezza, poi lo calcia e lo va a riprendere. Lo coccola, lo tratta come il suo migliore amico. Almeno fino a quando non suonano le sirene e bisogna scappare tutti, per evitare una delle circa 600 bombe che ogni giorno cascano dal cielo di Zadar. Quel bambino si chiama Luka Modric, e all'Hotel Kolovare ci è arrivato qualche mese prima. Da quando è iniziata la guerra tra serbi e croati, per la famiglia Modric le cose si sono fatte tremendamente difficili. Nel piccolo villaggio di Obrovac sono arrivate le violenze e gli orrori della guerra, e in un terribile giorno di fine 1991, tutta la famiglia assiste all'assassinio dell'altro Luka Modric, il capofamiglia: è il nonno di Luka, il bambino con il caschetto biondo che si chiama come lui, e viene ucciso dai serbi. Da quel momento la famiglia Modric è costretta, come tante altre, a cercare riparo altrove: diventano ufficialmente rifugiati di guerra, e per loro si spalancano le porte dell'Hotel Kolovare. Qualcuno, però, nota quel bambino biondo. Luka Modric entra a giocare nelle giovanili dell'NK Zadar, ma nei primi anni '90 la guerra è ancora un problema maledettamente serio. I bambini come lui diventano subito grandi per le strade di Zadar. Giocano sui campi di allenamento, ma appena sentono una sirena, devono correre immediatamente a cercare riparo. È qui che il piccolo Luka impara a giocare. Qui che, molto probabilmente, impara a capire con estrema precisione e sensibilità quello che succede in campo, quello che lo circonda, quello che sta per accadere. Qui che sviluppa una visione periferica e un'intelligenza calcistica superiore che oggi ne hanno fatto uno dei migliori -se non il migliore- registi del calcio moderno. A quei tempi, il bambino con il caschetto biondo sta diventando grande. E tifa, come tanti, per l'Hajduk Spalato. Riesce anche a fare un provino, con l'Hajduk, ma non lo passa. Probabilmente per la sua statura limitata e per il suo fisico considerato troppo gracile. Una delusione troppo grande per Luka, che, in lacrime, medita anche di lasciare per sempre quell'infame mondo del calcio. Se ha cambiato idea, forse lo dobbiamo a un solo uomo. Tomislav Basic, il padre calcistico di Luka Modric e il responsabile delle giovanili dell'NK Zadar, che lo convince a rimanere. L'uomo al quale Luka ha dedicato la vittoria della Decima, della Champions League vinta nel maggio del 2014 con il Real Madrid. Basic era scomparso da poco, e Modric gli dedicò, commosso, la vittoria della Coppa più importante della sua vita. 'Devo tutto a lui, senza di lui non sarei mai arrivato fin qui'. E non sono parole di circostanza. Perchè Luka Modric deve davvero tutto a Basic. Lo coccola, lo fa diventare grande. E alla fine del 2001, arriva l'offerta per entrare nelle giovanili della Dinamo Zagabria. La squadra rivale dell'Hajduk. Anzi, di più: la squadra degli eterni nemici dell'Hajduk. la Dinamo Zagabria. Anche alla Dinamo, però, Modric deve lottare, prima di riuscire ad affermarsi. E la colpa, ancora una volta, è di quel fisico un po' troppo mingherlino per un calciatore professionista: in mezzo ai campi di tutta Europa, il gioco sta cominciando a farsi sempre più duro. Ed è in quegli anni che Luka Modric vive un'altra delle esperienze che lui stesso considera tra le più importanti e formative della sua carriera. A nemmeno 18 anni, nel 2003, la Dinamo lo manda in prestito allo Zrinjski Mostar, nel campionato bosniaco. Ecco, quando si parla di giovani calciatori in prestito, si usa -e abusa- spesso l'espressione farsi le ossa. Niente di più vero per il campionato bosniaco, considerato uno dei più duri e ruvidi di tutti i Balcani. Il giovane Modric è costretto immediatamente a diventare grande. A usare il cervello prima ancora che i piedi. A inventarsi qualcosa per sfuggire alle tante botte che i malintenzionati che calcavano i campi della Bosnia non vedevano l'ora di dargli. Il ragazzo c'è, il talento è cristallino, e quell'esperienza serve a farlo crescere. Ci vorrà un altro prestito, all'Inter Zapresić (che porterà al secondo posto in campionato), stavolta in Croazia, prima di vederlo tornare alla Dinamo Zagabria. Quando ritorna all'ovile, Luka Modric è diventato grande, non dal punto di vista anagrafico, ma tecnico. I 3 campionati con la maglia della Dinamo vedono Luka mettere in mostra il carattere di un veterano, lo spirito di un lottatore e il tocco di palla di un Principe calcistico. E Luka ha anche il tempo di togliersi una piccola grande soddisfazione: segnare, proprio contro l'Hajduk Spalato, il gol che mette il punto esclamativo sul titolo della stagione 2005-06. Una bordata imparabile in cui Modric scarica tutta la sua rabbia per quel no a quel provino di qualche anno prima. Il resto della storia, è cosa nota. Il Tottenham, gli occhi delle big di tutta Europa addosso, il passaggio al Real Madrid, dove, con disinvoltura, prende in mano le redini del centrocampo di una delle squadre più importanti al mondo. Quando è arrivato a Madrid, ha voluto prendere una villa modesta, se paragonata a quella dei calciatori del Real, e ha insistito per fare il trasloco in prima persona. Perchè è sempre stato abituato a fare così, a non prendere più di quello che gli serviva. Se viene tutto facile, se essere uno dei migliori centrocampisti del mondo sembra una cosa così naturale, è perchè tutto sommato, anche dentro il campo dorato del Bernabeu, nella maglia numero 19 del Real Madrid c'è sempre e ancora il bambino con il caschetto biondo che scappava dalle bombe nel parcheggio dell'Hotel Kolovare".







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