Ricordi Azzurri: "Bruno Pesaola"
| Autore: Gaetano Capaldo - Data: mercoledi, 3 marzo 2010, 10:34 - Visite: 1.328 |
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La figura di Bruno Pesaola è probabilmente quella che più si può associare sia alla squadra del Napoli che alla città partenopea senza ricadere in facili retoriche. I modi di fare di questo campione venuto dall'Argentina lo annoverano senza dubbio fra i figli della dea Partenope, in quanto il Petisso, come la tifoseria azzurra ama definirlo, è tanto napoletano da potersi permettere di non essere nato all'ombra del Vesuvio. La città lo ha accolto per la prima volta nel 1952, quando da calciatore arrivò da Novara con Ornella Olivieri, sua compagna di una vita, conosciuta nella città piemontese dove la donna aveva vinto il titolo di “Miss Novaraâ€. Il comandante Lauro scelse il Petisso, il quale aveva già dimostrato la sua forza riprendendosi da un grave infortunio durante la sua permanenza alla Roma, per il suo talento cristallino che avrebbe esaltato il popolo napoletano. Bruno accettò di buon grado il trasferimento all'ombra del Vesuvio, senza sapere che sarebbe stata quella la città che avrebbe poi scelto come sua casa semplicemente perchè "Napoli è un posto dove non ti senti mai solo". Gli otto anni passati in maglia azzurra gli diedero modo di mettere in evidenza le sue doti di ala destra dalla tecnica sopraffina, capace di regalare alla platea giocate magistrali, in una squadra dove si fondevano i valori di talenti assoluti come Vinicio, Viney, Bugatti e Hasse Jeppson.
L'attività di allenatore è però quella che ha consegnato Bruno Pesaola alla storia del calcio, non solo napoletano: il leggendario cappotto cammello, la sigaretta ed una genuina simpatia lo accompagnarono durante la ventina d'anni (1962-1984) in cui guidò il Napoli, la Fiorentina, il Bologna, il Panathinakos, il Siracusa ed il Campania. Il Petisso, in panchina, si caratterizzò per un'astuta mimica, in grado di trarre in errore anche avversari più esperti. L'episodio in cui, urlando ai suoi, con il suo immancabile accento sudamericano, "forsa ragassi, avanti" per poi far segno con la mano di rimanere dietro, è quello che meglio si presta a rappresentare la furbizia di Pesaola. La sua bravura di allenatore non fu solo limitata a simili astuzie in quanto il suo bagaglio era completato da un'invidiabile preparazione, una sagacia tattica inimitabile ed una proverbiale tranquillità , che gli permisero di rimanere calmo e vigile anche nelle situazioni più difficili ed intricate. L'insieme di queste tante qualità lo resero un vero professore di calcio, inducendo molti giornalisti napoletani a ricorrere alle sue lezioni, che teneva in un bar del Vomero, per imparare i segreti di questo sport. I suoi rapporti con la stampa sono stati caratterizzati da una buona dose di ironia come, per esempio, quando, da allenatore del Bologna, venne accusato dai giornalisti bergamaschi di aver promesso una partita di attacco e di essere poi ricorso al catenaccio per difendersi la pressione atalantina, il Petisso non si scompose e rispose seraficamente "si vede che che ci hanno rubato l'idea", lasciando con un palmo di naso tutti i suoi accusatori. Le sue doti gli permisero di vincere una Coppa Italia con il Napoli nel 1962, quando la squadra militava in serie B (risultato ancora oggi non eguagliato da nessuna squadra della cadetteria) ed uno scudetto da allenatore della Fiorentina nel 1969 ma il suo cruccio probabilmente è quello di non essere mai riuscito a conseguire il titolo da allenatore degli azzurri. Bruno Pesaola oggi vive a via Caravaggio, in una casa che affaccia su Fuorigrotta e sullo stadio San Paolo. L'amministrazione cittadina lo ha insignito, nel 2009, della cittadinanza onoraria: un riconoscimento doveroso ad un personaggio che, con una storia d'amore con Napoli che dura da quasi 60 anni, ha un posto d'onore nella storia della nostra città e della nostra squadra.
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